Fino a qualche tempo fa sentir parlare di “architettonica costruzione” a proposito dei suoi lavori, avrebbe provocato in Roberto Pietrosanti (L’Aquila 1967; vive a Roma), un certo guizzo di fastidio, se non una malcelata repulsione. Ma dopo circa dieci anni di ricerca, di illusori punti di arrivo, di rinnovate partenze e di “saturnine sfide” –per parafrasare Vincenzo Trione, coautore con Ada Masoero e Francesco Moschini, del raffinato catalogo della mostra- l’artista abruzzese non si sente più costretto in tale definizione. Perché il suo è davvero un lavoro architettonico, nel senso più puro del termine: Pietrosanti costruisce la sua opera mattone su mattone, o meglio “spillo su spillo”. Facendo tesoro dell’esperienza passata, sopraggiunge finalmente alla piena rivelazione dell’idea inespressa, quell’idea che silenziosamente parlava dal profondo. E così, dopo diversi anni di mutismo, l’idea alla fine è venuta alla luce, manifestandosi con tutta la sua forza e occupando tutto lo spazio della tela.
Ora il suo lavoro suscita la stessa trepidazione che si ha nell’ammirare le evoluzioni di un funambolo su una corda tesa nel vuoto. Da linee guizzanti, con improvvisi cambi direzionali, o rilassanti curvilinee trasformazioni, è giunto a un sinuoso tratto che si ingrossa, si sovrappone o si assottiglia fino a quasi scomparire, che danza sul bianco del quadro. “Volevo catturare la dinamica del segno e fermare il suo dinamismo, dando piena libertà al gesto”, spiega infatti Pietrosanti. Anche il c
Tutte le opere sono però “Senza titolo”, in effetti non c’è una narrazione. Realizzate appositamente per questa mostra, il cui cuore è il “trittico” realizzato con gli spilli, occupano per intero le due rinnovate stanze della galleria. In un’epoca fortemente tecnologica e “digitalizzata”, dominata dall’unità di misura elettronica, il pixel, che permette di controllare l’immagine“punto per punto”, Pietrosanti oppone un controllo “spillo per spillo”.
daniela trincia
mostra visitata il 4 novembre 2006
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