Alessandro Scarabello cerca il senso nelle linee. Che siano quelle obese e rilassate di una donna sudamericana oppure quelle fiere e dure d’uomo meticcio fa lo stesso, perché il senso è lì -aprona a riflettere l’autore- in quei lineamenti contrastanti che, nel loro stesso esistere, affermano la complessità e le diversità del vivere. L’eloquente titolazione già di per sé suscita nello spettatore una certa aspettativa su ciò che potrebbe essere il leitmotiv: la rappresentazione dei diversi paesaggi e dei multietnici volti della contemporaneità, ognuno esemplare, con il proprio carico di memoria e di vissuti quotidiani. Tema, questo, che nella traduzione pittorica rischierebbe però di degenerare in retorica o in epigonismo linguistico.
Scarabello invece rimane immune da tali pericoli anche se il suo fare, ad uno sguardo poco attento, parrebbe in prossimità di certo iperrealismo pittorico -analogamente costruito a partire dalle immagini fotografiche- o a certi paesaggi di Hopper. Pure al pervasivo senso di solitudine e all’emozione del non umano che rappresentano lo speciemen della produzione pittorica del newyorkese e di molti iperrealisti d’oltre oceano, egli sostituisce l’emozione ed il calore di un’immagine umana, non più sola ed alienata ma presente e viva, consapevole del proprio esserci.
Il giovane artista romano, in maniera inedita, riduce al limite l’ambientazione grandangolare, panoramica ed urbana, per concentrarsi sul primissimo piano, secondo una messa a fuoco stringente, compositivamente raffinata di volti bloccati nella loro rispettiva, ricca fissità espressiva. Volti ch’egli immerge in delle monocromie complementari di fondo talmente forti da inchiodarli all’evidenza del rispettivo vissuto, della loro reale presenza che è testimonianza esistenziale quindi culturale. Ed è proprio in questa costruzione del corpo e delle espressioni, in questa paziente e virtuosa modulazione di toni e di forme che emerge la maturità pittorica di Scarabello.
L’artista senz’altro convince quando compone l’uomo qualunque facendone un personaggio degno d’un ritratto. Uomo la cui esistenza va registrata, messa a confronto con quella di un altro che, nell’allestimento, trova posto per contrasto di fianco, di fronte, ovunque. Quando invece il volto viene da lui moltiplicato sino a farlo confondere nella composizione sceneggiata d’insieme, i suoi lavori perdono un poco d’unità stilistica e di forza comunicativa. Infatti questo programmatico ciclo pittorico sulla Lifeinlines, pare esprimersi con più felicità creativa e coerenza tematica quando ha per oggetto gli uomini più che gli ambienti. Quando la quotidianità rituale assorbita dai volti d’ogni luogo esce allo scoperto rivelandosi. Di più che nella, pur suggestiva, restituzione creativa degli spazi urbani del mondo.
Redazione Exibart
mostra visitata il 25 febbraio 2005
[exibart]
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