Sembra di essere Alice che vede attraverso lo specchio magico. O Belle che entra nel castello incantato della Bestia, e conosce l’orologio Tockins, la teiera Mrs. Bric, il candelabro Lumière. Sembra di attraversare quel mondo di Toy Story dove, appena chiusa la porta, gli oggetti si animano di vita propria.
Sono queste le sensazioni che si provano quando si entra nel magico universo di Liliana Porter (Buenos Aires, 1941; vive a New York). Un mondo abitato da oggetti-creature che sembrano dotate di parola e intelletto, che agiscono e dialogano tra loro. Oggetti e statuine in ceramica, in vetro o in plastica, pupazzi, soldatini e candele sono i soggetti interni ed esterni delle fotografie e delle installazioni. Oggetti molti dei quali ormai demodé, ma fortemente evocativi, legati ai giochi e alla casa dell’infanzia, ma anche ricercati (e ritrovati) nei diversi mercatini delle pulci. Seppur distanti tra loro, questi oggetti-creature vengono immersi in un luogo dove non esistono gli ostacoli del tempo e dello spazio, e sono messi in stretta relazione diventando così i protagonisti di una fantastica storia ancora aperta, che ciascuno, con la propria fantasia, può liberamente intessere e costruire.
È proprio la fantasia il terzo principale non-protagonista, invisibile -è vero- ma fondamentale per riuscire a sentire con chiarezza i discorsi e i muti dialoghi che gli oggetti serenamente intavolano tra loro. Come in Dialogue with blue mug, Dialogue (with blue bird) e Dialogue (with glass mouse). E lo spettatore -Gulliver tra i lillipuziani- si ferma, incuriosito, per cercare di conoscere queste storie, come un passante che attratto si blocca presso un capannello di persone, e domanda “cos’è successo?”.
I piani vengono completamente stravolti e capovolti: la fotografia, per antonomasia oggetto di veridicità, ci mostra un assurdo e confonde i confini tra la realtà e la finzione, facendo a volte apparire veritiera la fantasia, innescando così un vorticoso corto circuito. Come in Dot, dove un omino osserva un reale buco nel muro, residuo dello sparo di un soldatino; o in Man drawing, in cui un altro piccolo personaggio, sopraffatto dall’estro creativo, invade la parete col segno della propria matita oppure trapassa i limiti di un foglio per occupare quello a fianco. Oppure, ancora, in Forced labor, in cui un mini-uomo con carriola trasporta sassi e paradossali massi che cadono dalla mensolina per occupare addirittura il pavimento della galleria. A volte, infine, ciò che viene evidenziato è il gap tra l’oggetto e la sua duplicazione fotografica: come avviene per la statuina in ceramica raffigurante una “topolina”, che viene affiancata ad una foto che la riproduce frantumata.
daniela trincia
mostra visitata il 23 maggio 2007
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