Gabriel Orozco, Richard Wentworth ed Erwin Wurm formano un trio piuttosto eterogeneo. Si tratta di personaggi molto diversi, ma accomunati dallo stesso eclettismo nella contaminazione e nel rinnovamento dei consueti strumenti espressivi. Analoga è –infatti- la tendenza ad utilizzare elementi non propriamente artistici, virati e nobilitati in chiave estetica. Con buona pace di Duchamp, s’intende.
Il percorso espositivo –ospitato negli spazi del Museo Andersen; la mostra fa parte del programma del Festival di FotoGrafia- si apre con alcune foto di Gabriel Orozco, noto al grande pubblico soprattutto per i suoi lavori installativi e concettuali. L’interesse di Orozco per la fotografia investe essenzialmente la sua funzione d’interfaccia tra l’autore, il fruitore e lo spazio: un diaframma che evidenzia la fibra interstiziale della realtà, quel vuoto apparente risolvibile sul piano semantico ed ermeneutico. Due opere fotografiche presentano uno scorcio marino qualunque, privo di dettagli; in primo piano, spicca l’ossatura scheletrica di una poltrona in ferro, che proietta sulla riva la sua sagoma filiforme. Il processo dinamico dell’opera emerge nella seconda inquadratura, in cui l’onda di ritorno del mare ha cancellato l’ombra, emblematica del confine tra le cose (in-between space) su cui si sofferma l’attenzione dell’artista. Al tempo stesso, l’immagine non si rapprende nella staticità della veduta, ma si diluisce nel flusso evolutivo e reversibile dell’evento, filtrato attraverso la rete alveolare e ramificata del reale.
Ancora sulla dialettica presenza-assenza si concentra la ricerca fotografica di Richard Wentworth, che da oltre un ventennio esplora il contesto urbano londinese, evocato nella valenza testimoniale e tangibile degli oggetti quotidiani. Recuperati dalla condizione deiettiva di semplici rifiuti, essi rivestono una connotazione inedita, densa di memoria e di allusioni antropologiche. Il bicchiere di carta con il logo di McDonald’s, o il soprabito logoro appuntati su una ringhiera, permangono come frammenti superstiti di un gesto, di un passaggio, di un’esistenza, apparentemente anonimi, riabilitati nella sfera intima e familiare della reciproca appartenenza. Oggetti d’affezione, appunto.
La dimensione relazionale, sempre mutevole, può riscontrarsi anche nei lavori dell’austriaco Erwin Wurm, ribattezzati One minute sculpture. Le sue operazioni tendono a ribaltare l’accezione tradizionale di scultura, ancorata a criteri di stabilità, equilibrio, inalterabilità. Al contrario, le sculture di Wurm scaturiscono dalla temporanea interazione con il fruitore, letteralmente inglobato in esse. Tutto si volge all’insegna della più totale precarietà, come nell’opera predisposta per lo spazio romano: flaconi di detergenti vuoti, di forme diverse, sono la materia prima di un’opera infinitamente mutevole; al visitatore è affidato, infatti, il compito di adeguarli alla propria fisionomia e di fissarli alla parete, esercitando una pressione con il corpo. La stabilità, raggiunta a fatica, è frutto di un’esperienza concreta e commisurata ad personam, che sconfina, inevitabilmente, nella performance.
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a me l'articolo è piaciuto - brava!
invece è un bellissimo articolo! si vede che sei stanco :-)
Ma che modo di scrivere è? Mi è venuto un gran mal di testa!