Marco Maggi (Montevideo, 1957) è uruguayano, ma vive e lavora a New Paltz, negli Stati Uniti, dove pratica grafica e incisione. L’installazione presentata negli spazi della Galleria Sala 1, curata dalla direttrice Mary Angela Schroth, è una variazione di quella esposta dall’artista all’ultima Biennale di San Paolo, in Brasile.
Hotbed, questo il titolo, si stende come un percorso lungo il pavimento della galleria romana, spingendo lo spettatore ad una sosta lunga e attenta, indispensabile per percepire i 50 delicatissimi interventi dell’artista, adagiati ognuno su una pila di 1000 fogli A4 che costituiscono una struttura generale dal sapore minimal.
L’invito a chinarsi per vedere meglio, ad osservare con calma e attenzione, a fermarsi su ognuno dei minuscoli, appena percepibili disegni, contiene in sé l’idea portante della ricerca di Maggi, che individua la necessità di una nuova miopia in risposta alla velocità degli strumenti tecnologici e all’omologazione globale. Scrive in un recente testo: La miopia è un invito a ridurre
Lo spettatore è indotto a sperimentare un rapporto con l’opera d’arte che acquista necessariamente intimità e lentezza; è costretto a scrutare e decifrare, a vivere con essa una prossimità fisica e una dinamica psicologica prolungata. La polemica contro la frenesia della comunicazione contemporanea si trasforma in un appello alla pausa, al contatto fisico, alla riflessione: la nostra condanna è quella di sapere sempre di più, ma di capire sempre meno, avverte Maggi.
In occasione della mostra è stato realizzato un libro d’artista, disponibile in galleria, prodotto in un’edizione limitata di quaranta esemplari.
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