La strada, la città: chi può raccontarci dove si nascondono davvero? Forse due big della fotografia come Garry Winogrand (1928-84, nato a New York) e Thomas Struth (Geldern, 1954), riuniti nel cuore di Roma per un corpo a corpo fatto di poche, memorabili incursioni nel paesaggio urbano (degli anni ’60 e ’70 le foto dell’americano; degli ’80 quelle del tedesco).
Bastano due pareti e cinque scatti appena, di quelli che si ha voglia di rivedere subito, per questa mostra bell’e pronta, semplice e forte. E che alla fine –anche grazie al bel testo di Thomas Appel– si rivela persino utile, formativa. Soprattutto per quanti si ostinano a ravvisare nella streetphotography i precetti di una qualche scuola “documentaristica” che, a ritroso, condurrebbe senza strappi fino a William Klein e Robert Frank.
Meglio lasciarli dialogare, Winogrand e Struth, lontani anni luce come ci appaiono. E non soltanto per ragioni anagrafiche.
Da una parte, a bruciapelo, c’è lo stop and go della strada-palcoscenico, di un’umanità brulicante che viene stanata –nei momenti in between, quelli che stanno in agguato– da uno sguardo immediatamente coinvolto e coinvolgente, frontale eppure mobilissimo. Dall’altra, al contrario, la ricognizione si compie una volta per tutte: lo spazio metropolitano è messo a nudo con una sorta di anamnesi, nel distanziamento di un silenzio persistente e ortogonale nel quale si stagliano i palazzi del dopoguerra e del boom economico. Fino a fare di queste selezionatissime architetture, quasi emendando in chiave concettuale la tradizione pittorica del paesaggio romantico, raggelate visioni da sala medica, giganteschi molari en plein air.
Poi, si sa, un dialogo vero è spesso un botta e risposta. Con gli attimi dell’uno che diventano luoghi e gli spazi dell’altro che, benché nominati (Via di Monte Cardoneto, Roma; Vico dei Monti, Napoli; Piazza Santa Emerenziana, Roma), sono –a ben guardare– soltanto tempo. Diverte e convince, quindi, lo strabismo di un titolo come In between places. Si finisce per rimbalzare, messi letteralmente in mezzo, tra chi la città contemporanea –con la coda dell’occhio, ovvero il grand’angolo– ha inteso rincorrerla, e chi ha invece scelto di fissarne la sedimentazione (sta tutto qui, in questa tautologia, il sublime di Thomas Struth).
Ecco una città osservata a distanza siderale, quasi al microscopio; ecco il volto di una giovane donna che sfreccia tra la folla con la sua shopping bag. A pensarci, c’è tanto Novecento in queste poche foto. Da un lato, una possente sinfonia in grigio; dall’altro il jazz di un bianco e nero umanissimo, ma tra i più sincopati.
pericle guaglianone
mostra visitata il 30 ottobre 2004
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