E’ raro oggi trovarsi di fronte ad una pittura che si possa dire tradizionale, priva delle contaminazioni di altri media, fatta con il rigore ed il piacere della pennellata. Eppure, davanti ai quadri di Maurizio Pierfranceschi, si ritrova il gusto per l’apparente semplicità dell’arte, per quei colori e quelle linee proprie del pittore puro, che sembra vivere al di fuori di qualsiasi contesto storico-sociale e che esprime il chiaro piacere del fare arte. Questo accade perché Pierfranceschi è appunto un purista, uno –come dice nell’intervista in catalogo a Carlo Alberto Bucci– cui non interessa la cronaca e non sopporta la sociologia applicata all’arte. Anche un romantico, forse -come s’intuisce dalle opere esposte- nella sua ricerca delicata dell’essenza della natura, nelle accennate geometrie di quelle che definisce “architetture” ma che architetture non sono, essendo piuttosto delle disadorne scansioni spaziali del campo pittorico.
Già il titolo della mostra, Cose trasparenti, preannuncia
Le opere, “divise” in pennellate orizzontali e verticali a tratti morbide a tratti più decise, si pongono in bilico fra l’astratto e il figurativo e vivono di profondi blu, accesi rossi o viola, naturalistiche sfumature di verde o sabbia. Segnando l’identità di quest’artista che proprio al colore e agli intrecci di steli e fronde, a volte appena percepibili, a volte più nitidi, pare aver affidato il suo carattere distintivo.
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