Papi, imperatori, cardinali, principi, santi e – perché no? – artisti e intellettuali. Le immagini della supremazia ci osservano e si lasciano contemplare, a volte inquietanti a volte benevole, dalle mura del Palazzo Chigi di Ariccia.
La liturgia del potere prevede anche questo, l’iconolatria che suggestiona e magnetizza. Lo sapevano bene i pontefici, i sovrani e gli aristocratici di un tempo, che affidavano i loro ritratti ai migliori artisti, a coloro in grado di fissare nel tempo il momento essenziale della propria ascesa politica. Fin quando gli artisti stessi divennero a loro volta potenti e decisero di autoritrarsi o di delegare ai colleghi fidati l’espressione migliore dei loro volti.
Esattamente quello che racconta la mostra; dopo l’attenzione dedicata lo scorso anno alle Donne di Roma, stavolta sono gli uomini illustri a campeggiare sulle pareti del palazzo nobiliare. La cornice è quella più adeguata, la villa fuori porta simbolo del potere acquisito da una delle famiglie più importanti della capitale; l’allestimento elegante, funzionale, e soprattutto appropriato al luogo valorizza i numerosi ritratti, le sculture e le stampe esposte.
La lunga serie di immagini eminenti esordisce con il periodo romano: imperatori e personaggi celebri immortalati in sculture dell’epoca o raffigurati in incisioni e dipinti del XVI e XVII secolo. Il testimone passa poi al potere dei papi e dei cardinali che li accompagnarono nell’ascesa al soglio papale. Profili importanti, eseguiti da artisti come Scipione Pulzone (Ritratto di Urbano VII, 1590 ca.) Pompeo Batoni (Ritratto del Card. Clemente Argenvillieres, 1755 ca.) e Vincenzo Camuccini (Ritratto di Pio VII, dopo il 1815) si alternano a sculture (un inedito di Gian Lorenzo Bernini, Busto di monsignor Ludovico Ludovisi, 1616-1619) e a un folto gruppo di incisioni.
Si approda poi di nuovo al potere laico: sovrani, mecenati, artisti e intellettuali. E qui spiccano i principi-guerrieri – veri o presunti – in armatura rinascimentale (Jacopo da Bassano, Ritratto di condottiero, inedito del 1570 ca.), i gentiluomini settecenteschi e la nuova “stirpe” dei politici (un anonimo Luciano Bonaparte, inizio XIX sec.).
Uno spazio a parte per gli artisti, veri detentori del potere comunicativo grazie alle loro opere. Spiccano due dipinti del Bernini: l’inedito Autoritratto nelle vesti di Alessandro Magno (1620 ca.) e il Ritratto di Nicolas Poussin (1650 ca.). Il primo proviene da una collezione privata, così come molti degli importanti esemplari non ancora noti al pubblico (tra gli altri originali di Luca Giordano, Pompeo Batoni, Il Baciccio).
Uno su tutti, lo splendido Pasce oves meas di Giovan Battista Gaulli che si credeva perduto; ritrovato in una residenza nobiliare di Vibo Valentia è stato acquistato dalla Soprintendenza calabrese per la Galleria Nazionale di Cosenza. In questo caso, uno dei tanti volti del potere: quello propositivo.
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