Il titolo è di quelli che possono risultare ostici, ma i tre artisti Diego, Tibaldi e Tucci con le loro situazioni installative, costruttive e di immagine riescono a renderne più che comprensibile il significato.
L’installazione di Valentino Diego (Cirié – Torino, 1978) è composta da elementi architettonici, scultorei e da un video. L’artista ha infatti effettuato un intervento sull’intero spazio messogli a disposizione, dando l’impressione di averne inclinato l’asse con accorgimenti pittorici lungo le pareti e modificandone la geometria dell’ingresso. Al centro l’elemento scultoreo è rappresentato da una sorta di monopattino realizzato con materiali di uso quotidiano. Un faro a luce rossa intermittente illumina un piccolo monitor incastonato in un totem. Il monitor trasmette un video in bianco e nero realizzato dall’artista: immagini riprese dall’alto di una città interamente costruita con scatole di cartone. La colonna sonora dell’intera opera è il rumore assordante di un trapano. Questo lavoro, scrive Raffaele Gavarro, fa riferimento ad “…una delle più importanti scoperte della meccanica quantistica” sull’evoluzione del tempo, l’equazione di Schroedinger. Diego paragona, non senza ironia, i visitatori che si aggirano tra le componenti della sua installazione agli elettroni che ruotano intorno all’atomo.
E’ una vera e propria barricata di copertoni di automobili quella con cui Eugenio Tibaldi (Alba – Cuneo, 1977), ha diviso in due lo spazio espositivo. Una visione che evoca il maggio del ’68 o le più recenti manifestazioni no-global. Al di la di questa barriera si intravede sulla parete di fondo un grande acquerello monocromo, iperrealistico, raffigurante una periferia quanto mai anonima. Sono infatti proprio le periferie così mobili, mutevoli e difficili da decifrare a colpire l’immaginazione di questo artista. Tibaldi, percorrendo un itinerario migratorio contrario che dal Piemonte lo ha portato in Campania -vive a Giugliano nell’immenso hinterland partenopeo- ha trovato proprio nelle periferie delle città meridionali gli stimoli necessari alla sua creatività. Interessante è l’uso che fa Tibaldi del mezzo fotografico: è infatti solito coprire con la pittura le fotografie da lui realizzate, lasciando visibili solo i particolari architettonici che intende evidenziare.
E’ un’operazione complessa quella che propone Barbara Tucci (Chieti, 1978) attraverso due lavori fotografici. Dodici immagini a colori di medio formato del Ferrotel di Pescara, un ex albergo dei ferrovieri ora abbandonato, ora sede di Fuoriuso. Un lavoro sulla memoria, ma anche sul presente e sul futuro perchè questi ambienti potrebbero presto aprirsi a nuove iniziative, diventare qualcosa d’altro, subire una metamorfosi. Il secondo lavoro della Tucci è una foto in bianco e nero di grande formato, dove un oggetto di uso quotidiano come una vasca da bagno, viene completamente decontestualizzato, fotografato in mezzo ad un campo e usato come abbeveratoio per gli animali.
Denominatore comune delle opere di questi tre giovani artisti è dunque il paesaggio, i luoghi in cui ci muoviamo soggetti a continui cambiamenti. E sono proprio gli artisti con il loro lavoro a cercare di preservarne l’identità culturale, per il proprio e altrui equilibrio.
pierluigi sacconi
mostra visitata il 18 febbraio 2005
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