Imponente, eterno, ultraterreno. Così doveva apparire il cielo d’argento nella cripta della basilica di San Nicola, a Bari: non tanto un baldacchino prezioso –giusto coronamento per l’altare che conservava le reliquie del Santo- quanto una vera e propria epifania –magari un po’ ingenua- della dimensione celeste. Così del resto appare –fresco di restauro- nello spazio che l’Auditorium dedica alle mostre temporanee: allestimenti di poche opere (nel caso, ad esempio, della mostra dei Cellotex di Alberto Burri) o presentazione al pubblico di un ritrovamento (gli affreschi pompeiani preview della grande mostra, o il recentissimo volto d’avorio) o del risultato di un’operazione di recupero e conservazione.
E il cielo d’argento non viene meno in questo programma che sembra assecondare quasi un gusto da collezione di mirabilia: nonostante l’illuminazione impietosa l’opera si offre ad un inedito sguardo ravvicinato, prima di tornare a Bari, dove sarà installata questa volta nel Museo della Basilica (anche se non è del tutto esclusa l’ipotesi del ritorno alla posizione originale nella cripta).
L’impatto è straordinario, per le dimensioni (22 parti assemblate in un unico pannello di 2,5 x 3 metri) e per la tecnica, un sapiente, calibrato virtuosismo; ne sono autori Domenico Morelli e il giovane socio Antonio Avitabile, maestri argentieri attivi a Napoli e nel sud dell’Italia: al primo si deve l’ideazione della composizione ed i modelli preparatori, mentre il secondo subentra nel momento di tradurre in argento le forme scultoree. Un atto notarile ascrive al 1687 la consegna dell’argento necessario per il cielo: circa 160 libbre.
L’idea di un simile apparato viene da lontano: già il re Urosio II nel 1319 aveva ordinato che la cappella dedicata al santo patrono tutta sfolgorasse di puro argento (così leggiamo nella cronaca di Giulio Petroni), una decorazione sfarzosa di cui però ai primi del Seicento s’era conservato solo il ricordo (Può pensarsi che questa coprisse tutta la volta della cappella scrive Antonio Beatillo). Da qui alla nuova commissione per un baldacchino altrettanto spettacolare il passo è breve.
Smembrato in seguito ai lavori di restauro e ripristino tra il 1927 e il 1955, il cielo è stato pulito e ricomposto: l’ovale centrale da cui emerge –temibile- la figura dell’Eterno, il turbinare di nubi, volute, testine di cherubini che s’apre a raggiera, i quattro cherubini più grandi a chiudere gli angoli della composizione. Una visione sfolgorante, dove convivono la retorica barocca e la grazia dell’oreficeria.
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