Era da tempo che a Roma non si vedeva un vernissage come quello delle Tribù dell’Arte: la sera del 24 aprile la Galleria Comunale d’Arte Moderna si è resa teatro di un’incredibile kermesse, fatta di luci, suoni, colori e jet set internazionale.
Dopo lo stordimento iniziale, ciò che maggiormente colpiva l’incauto visitatore era la straordinaria confusione che gli si parava davanti. Riuniti nel cortile dell’ex fabbrica Peroni, alcuni artisti davano vita ad una serie di happening, seguiti con grande interesse da un folto pubblico.
Quello che più mi preme ora è invece spiegare cosa rende le tribù dell’arte una delle mostre più importanti della stagione romana. Prima di tutto la complessità del progetto, dedicato come ricorda Bonito Oliva “ai viaggiatori senza bagaglio, pronti a spogliarsi di ogni attributo professionale e produzione categoriale per assumere un’identità moderna, portata allo sconfinamento e alla sperimentazione multimediale”.
L’esposizione, rivolta al recente passato dell’arte, riesce a dare la giusta rilevanza a quei gruppi e a quelle singole personalità che negli ultimi cinquant’anni hanno portato il loro fondamentale contributo all’evoluzione artistica. Le Tribù dell’arte offre al pubblico la visione di opere mai presentate in Italia, eppure famosissime: “Machine a faire des poemes lettristes”, 1966 di Maurice Lemaitre, “Duchamp/Beuys Buddha”, 1990 di Nam June Paik, “Cabin” 1963-91 di Allan Kaprow e ancora la splendida e recente installazione (1997-2000) di Atelier Van Lieshout “Slachtinstallatie”.
Si tratta decisamente di un avvenimento molto importante per Roma. Ma non solo. Le Tribù dell’Arte sono anche il segno di un rinnovato interesse nei confronti dell’arte contemporanea che finalmente sembra aver trovato concretizzazione non in semplici mostre, ma in veri eventi e manifestazioni di qualità, proprio come questa.
Le tribù dell’Arte è curata da Achille Bonito Oliva con la collaborazione di un nutrito staff di curatori e studiosi tra cui Cecilia Casorati, Danilo Eccher, Alessandra Galletta.
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