DIC non è un refuso dell’imperante DICO di questi giorni, né c’è l’intenzione di fargli il verso. È la semplice coincidenza della trappola degli acronimi, della consuetudine di ridurre tutto a sigle. DIC è la doppia possibilità offerta dal Museo Andersen: Documentare Installazioni Complesse. Doppia perché? Perché offre al pubblico la possibilità di vedere alcune opere della collezione del futuro Museo Nazionale di Arte Contemporanea del XXI secolo, altrimenti chiuse nei magazzini -per via dei lavori di costruzione del nuovo museo- e al Museo quella di monitorare le problematiche strettamente collegate all’esposizione, alla conservazione e alla movimentazione di opere complesse e spesso fragili come le installazioni.
Di incontestata fama internazionale sono anche gli artisti che seguiranno Tony Oursler: Bill Viola, Michelangelo Pistoletto, Charles Sandison e Maurizio Mochetti, tutti artisti che adottano, appunto, come linguaggio artistico, quello installativo, utilizzando, ognuno, media diversi.
Un progetto questo che, come si suol dire, cade proprio a fagiuolo, perché ha da subito confermato la sua importanza e necessità. Infatti, l’opera di Tony Oursler (New York, 1957), ha involontariamente dimostrato la sensatezza (e fondatezza) della proposta: pochi giorni dopo l’inaugurazione, Gargoyle (1990) ha fatto tilt e, tra lentezza burocratica e difficoltà della comprensione del problema tecnico e delle possibili soluzioni, dovuti essenzialmente alla delicatezza della tecnologia dell’opera stessa, ha “riposato” per una buona settimana, prima di ri-svegliarsi e “parlare” nuovamente allo spettatore.
Videoartista che crea veri e propri ambienti e sculture parlanti, con Gargoyle, Oursler compie una rielaborazione contemporanea del doccione. Accogliendo soprattutto la fiorente tradizione gotica, che lo aveva utilizzato per far defluire l’acqua piovana dai cornicioni dei tetti, ha riproposto uno dei soggetti più diffusi nell’architettura religiosa di quei tempi, il drago. L’artista ha
Pensata come parte di un’installazione più grande (Krypt Kraft, 1989), insieme ad altre due opere (Kepone Drum, del 1989 e Carousel, del 2000), Gargoyle da quattro anni silenziosamente arricchiva le collezioni del MAXXI e, seppure per un breve periodo, e nell’attesa della collocazione museale, ha ritrovato la sua ammaliante voce.
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