Ciò che subito salta agli occhi, entrando nelle sale di Palazzo Venezia, è il leggero e candido allestimento con tendae e velari, come a voler ricreare l’intimo spazio dei “bagni” di Jean August Ingres o di Jacques Louis David, e suscitare sin da subito l’atmosfera caratteristica di tutta l’arte di Emilio Greco (Catania 1913-Roma 1995).
Ben quattro sono i pannelli dedicati alla biografia dello scultore siciliano. Una biografia ricchissima, segnata da innumerevoli mostre e riconoscimenti, e dalla presenza delle sue opere nelle collezioni dei più prestigiosi musei del mondo: Musée National d’Art Modern di Parigi, Tate Gallery di Londra, Neue Pinakothek di Monaco, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Ermitage di San Pietroburgo, Museo Puskin di Mosca. E poi ancora Kyoto, Tokyo, New York, St. Louis, oltre al Greco Garden dell’Open Museum di Hakone. Possiamo ricordare anche il Gran Premio per la Scultura alla Biennale di Venezia, conferitogli nel 1956 e unanimemente ritenuto il “premio da cui gli è derivato il riconoscimentointernazionale”.
Eppure, per molti storici dell’arte, la stella di Emilio Greco sembra essere offuscata da quella più brillante del suo contemporaneo, nonché amico, Giacomo Manzù. Alcuni manuali di storia dell’arte ( “L’Arte Moderna” di C. G. Argan, “Arte in Italia” di Bairati-Finocchi, “Arte nel Tempo” di De Vecchi-Cerchiari, “Storia dell’Arte Italiana” di Bertelli-Briganti-Giuliano), sembrano infatti, fino agli anni Novanta, non accorgersi di Greco, nonostante sia ritenuto “una figura di spicco della scultura del secondo Novecento”.
Probabilmente perché meno “impegnato” di Manzù.
L’intento principale della mostra è dunque quello di rendere omaggio e giusto riconoscimento all’artista nel decennale della sua morte. Ma il suo nome rimane indissolubilmente legato al monumento a Pinocchio nel Parco di Collodi (1956). E nonostante alcune committenze prestigiose, come le Porte della Cattedrale di Orvieto e il monumento funebre a Giovanni XXIII in Vaticano, Greco ha posato il suo sguardo quasi esclusivamente sul mondo femminile, attenzione che lo ha tenuto in più diretto contatto con un ristretto gruppo di committenza e collezionisti. Ciò è dovuto anche al suo essere un abilissimo ritrattista, qualità derivatagli dalla sua formazione come scalpellino di lastre sepolcrali. Qualità che diventa quasi una sigla artistica e formale, perché tanti dei suoi ritratti sono molto vicini alle maschere funerarie. Pressoché autodidatta, agli inizi ha guardato alla storia dell’arte tutta -da Arnolfo di Cambio a Boccioni-, unendo così la classicità alla sensibilità a lui contemporanea. Lottatore, Il Cantante, Pescatore, La ciclista e Grande Bagnante sono tutte opere che possono essere lette come documenti della vita e del costume del tempo.
“Ritratti” realizzati con i materiali classici della scultura, quale il bronzo e la terracotta, ma anche, sorprendentemente, con il cemento, che lo rende così un artista attento ai nuovi materiali e alle nuove tecnologie. La sua in definitiva è un’arte che non interroga, che non alza dubbi, è un’arte rassicurante, che invita quindi al raccoglimento e, perché no, alla meditazione.
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