Le fotografie di Luis González Palma rimandano ad atmosfere antiche. Raccontano di mondi passati, atmosfere che sono la radice della sua identità e di quella del mondo che gli ha dato i natali. Il Guatemala, infatti, e il Sud America in genere, sono una presenza costante nel suo immaginario. Fu così per la mostra dedicata ai Maya nel 2000, è così anche nel progetto che Istituto Italo-Latino Americano presenta alla 51° Biennale di Venezia, in cui le foto del paño del pudor –in spagnolo, il panno che copriva il corpo di Cristo crocifisso– tentano un’analisi dello stretto rapporto culturale, sociale ed emotivo che lega l’America Latina alla cultura cristiana dei colonizzatori.
Quindi le atmosfere e realtà perdute sono il terreno di ricerca di González Palma; i luoghi fisici e mentali che ripropone secondo tecniche antiche –l’uso dell’oro e della resina– sono gli strumenti di cui si serve per scavare nel passato, come mezzo di conoscenza e comprensione dell’io presente.
Nella mostra Gerarchie dell’intimità González Palma propone un percorso in posti desolati perlopiù privi di presenze umane. Stanze vuote in cui solo due sedie sembrano comunicare; boschi e ruscelli che, anche grazie alla foglia d’oro, paiono cristallizzati, imprigionati o perduti. Sono visioni oniriche, forse poetiche, ma di un lirismo remoto.
Certo le immagini in mostra non pulsano della contemporaneità di un artista che viva il suo tempo –come invece fu per i suoi ritratti presenti alla 49° Biennale di Venezia– ma piuttosto respirano un’aria un po’ retrò, mai sfiorata dalla quotidianità socioculturale del nostro tempo.
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