Può essere molto difficile affrontare il tema della morte senza pudori, privandola dell’aspetto crudo e spietatamente orrido che il più delle volte l’accompagna. Specie se si sceglie di ritrarla attraverso immagini di viscere e sangue, con colori che talvolta risaltano di una vividezza quasi accecante.
Le fotografie di Alejandro Gómez de Tuddo, scattate nei mercati in giro per il mondo, sconcertano lo spettatore infondendo suggestioni in bilico tra la durezza degli occhi vitrei degli animali morti e la grazia di un’estetica perfetta. Se da un lato il pensiero della degenerazione e della morte induce allo sconforto e all’ansia per l’inevitabile destino, dall’altro l’artista riesce a trasformare i suoi soggetti in corpi di nuova vita, rivestendo una realtà violenta di morbida sensualità, come sottolinea la curatrice Irma Arestizàbal nel testo che accompagna la mostra.
Antonin Artaud ne L’Arte e la Morte si accostava al trapasso in termini carnali –per la verità addirittura sessuali– legandolo alla vita da un reciproco momento generativo e, dopo aver fatto un viaggio angoscioso nelle oscurità del dolore, arrivava ad avvicinarsi. Finché –scriveva– “tutte le cose, anche le più crudeli, non mi si mostravano che sotto il loro aspetto d’equilibrio, in una perfetta indifferenza di senso”. Nel lavoro in mostra, Gómez de Tuddo pare fare lo stesso percorso: parte dalla sofferenza ed arriva a ritrarre una realtà non priva di fascino attrattivo, con l’imperturbabile accettazione di chi ha visto – e ripreso – il gioco mortale della vita.
Anche se proprio non sembra voler parlare di una scomparsa definitiva.
Sarà per via di quello stridente contrasto tra la fissità che caratterizza i suoi animali –rendendoli simili agli organi in formaldeide nei laboratori di patologia forense– e la poetica bellezza di immagini come il cuore insanguinato ornato da una candida coroncina di fiori, ma l’artista messicano pare cercare una nuova definizione della morte. Anche se lontano dall’idea di vita ultraterrena, perché, infondo, “la questione” è ancora tremendamente fisica.
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federica la paglia
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