Il terzo appuntamento del “doppio” progetto espositivo della galleria continua con una proposta che vede uniti in dialogo due spazi e due autori differenti. Due spazi dei quali uno –l’interno della galleria- tradizionale, e l’altro –la vetrina, rinominata ironicamente camera con vista– maggiormente suscettibile di operazioni eccentriche e misurate. La scelta degli artisti avviene di conseguenza per complementarietà, talvolta (come in questo caso) per coincidenza, altre volte per opposizione leggera.
Carlo D’Oria -al quale viene affidata la vetrina- allestisce una sorta di surreale auditorio, popolato da un’umanità di terracotta rappresentata nell’atto di affrontare varie situazioni del quotidiano. Queste figure, sistemate in piani che sembrano banchi di scuola, sono colte in pose stanche, attente, appassionate, intente a stabilire strategie per prepararsi ad affrontare l’imprevisto (ovvero ciò che, al contrario, si sa bene). Una rappresentazione dalle scene mutevoli quindi, che vuole mimare, in un’efficace replica metaforica, la vita come ci appare in ogni sua manifestazione e in ogni singola, individuale, esperienza.
Anche Benedetto Di Francesco -che presenta i suoi recenti lavori- narra il quotidiano, introducendo lo spettatore, al passo leggero d’una danza a tratti ironica e a volte inquietante, verso quegli aspetti della vita familiare spesso taciuti o messi da parte. Le sue sono immagini ad alta densità simbolica, alla maniera di Orozco o di Frida Kalho e in modo analogo a molti surrealisti europei d’inizio secolo. Questi senz’altro i suoi principali riferimenti, probabilmente i suoi attivanti e le sue passioni. Ciò però non deve infondere nel fruitore il dubbio circa l’originalità del suo lavoro.
Originalità che c’è e che è senza ombra di dubbio importante. L’artista siciliano infatti, attraverso la rappresentazione della famiglia, delle ritualità domestiche, di vicende da tutti condivise, entra forte nelle case, dentro le esperienze di ognuno, per smascherarne eccessi inquietanti e per descriverne tristezze, gioie e solitudini. Il suo immaginario, vicino al grottesco e al caricaturale, incarnato in lavori di grande virtuosismo, risulta ideale per penetrare senza nascondimenti l’essenza di ciò che appartiene alla dimensione privata, alle sue maschere e alle sue finzioni. Di Francesco procede nella narrazione partendo da ciò che più ci è vicino e dal quale tutto ha inizio: l’esperienza familiare. Esperienza che egli declina, attraverso un trattamento fortemente simbolico, in scene significative e comprensive delle più varie situazioni particolari, restituendoci così una consapevolezza amplificata della nostra storia comune.
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