È un Mario Sironi meno epico e più lirico quello che emerge dalla mostra, un aspetto al quale forse siamo meno abituati. Le opere esposte riguardano infatti gli ultimi vent’anni della sua vita quando Sironi ha dovuto constatare il tramonto del fascismo in cui lui aveva fermamente creduto fino alla fine; venuti meno gli ideali e la passione politica, l’artista rappresenta l’umanità con uno sguardo introspettivo ed esistenzialista, mettendo a nudo il senso tragico della vita e lo smarrimento dell’uomo contemporaneo costretto a vivere accanto allo squallore delle periferie urbane.
Come ha precisato nel suo discorso introduttivo Vittorio Sgarbi, curatore della mostra, Sironi era profondamente convinto della rivoluzione fascista e cerca una sua
Tra i tanti quadri presenti alla mostra, Paesaggio urbano del 1954, una tempera su carta che ritrae uno dei temi cari all’artista, quello delle periferie urbane: un sottofondo verde cupo sul quale si stagliano dei grattacieli sbilenchi. Gli fa da contrappunto Campagna dello stesso anno, dove predominano i colori blu, marrone e verde. Il paesaggio, visto dall’alto –che s’ispira all’aeropittura di Gerardo Dottori– è deserto, senza presenza umana. Interessanti anche i bozzetti grafici che Sironi fece per pubblicizzare una serie di vetture della Fiat.
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Ritengo sia una mostra davvero interessante: per la "novità" dello spazio espositivo, ché l'arte dovrebbe servire anche per pensare al livello di novità che l'immaginazione e la conoscenza riescono a riflettere nel circuito delle cose nuove. Ripensare Sironi, in generale, vuol dire speculare su una buona "fetta" di modernità; ripensarlo in un contesto antico, spesso anacronistico, anziché nei freddi e labirintici complessi urbani, è una "sfida" tutta cerebrale. La novità per me: "L'ultimo quadro"...del '61. Sul cavalletto del "Maestro" resta un'opera destinata ad essere contemplata tra le opere di un anno complesso, di una generazione che si ripensa e che ottiene "un di più di conoscenza non preventivata". Non si vuole ricavare tautologicamente un'arte che possa risolvere la "sfida", bensì una che quella sfida la possa, teleologicamente, conservare. E la parabola di Sironi credo possa esserne l'emblema. G.V.