Categorie: AttualitĂ 

Il caso del documentario su Regeni ci parla del rapporto tra politica e cultura

di - 9 Aprile 2026

Il mancato finanziamento pubblico al documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, si è trasformato in pochi giorni in un caso che intreccia politica e cultura e che coinvolge aspetti apparentemente distinti ma profondamente intrecciati, dal funzionamento delle commissioni ministeriali alla gestione della memoria collettiva, assumendo un rilievo pubblico e istituzionale.

A dare origine alla vicenda è stata la decisione della Commissione Cinema del MiC – Ministero della Cultura di non assegnare alcun contributo al documentario che ricostruisce il sequestro, le torture e l’uccisione, avvenuta nel 2016, al Cairo, del ricercatore italiano. La valutazione ha sollevato interrogativi in relazione al valore simbolico e civile del progetto che, a dieci anni dai fatti e con indagini ufficiali lacunose, si propone di ricostruire con chiarezza gli eventi e di restituirne una lettura accessibile anche per le generazioni future. La commissione era composta dalla ex deputata della Lega Benedetta Fiorini, da Ginella Vocca, fondatrice e direttrice artistica del MedFilm Festival, dal saggista e curatore Pier Luigi Manieri, dal produttore Pasqualino Damiani e dall’avvocato Giacomo Ciammaglichella.

Il film affida il racconto alle testimonianze dei genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi, e dell’avvocata Alessandra Ballerini, oltre che agli atti processuali. Prodotta dalla società indipendente Ganesh Produzioni, l’opera è stata distribuita nei cinema italiani da Fandango, a partire dal 2 febbraio 2026. Premiata con il Nastro della Legalità 2026 e sostenuta da un’ampia rete di proiezioni, tra cui quelle organizzate in 76 università italiane e con una presentazione prevista al Parlamento europeo, è stata giudicata «Non meritevole di sostegno pubblico», prima tra i titoli non ammessi al finanziamento per i documentari, quindi con il punteggio più alto tra gli esclusi, al 36mo posto su 118 film valutati. La richiesta era di 131mila euro, a fronte di un budget totale di 328mila euro.

Si è quindi innescata una reazione a catena. Le opposizioni hanno portato il caso in Parlamento, con un’interrogazione firmata anche dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che ha messo in discussione la trasparenza dei criteri di valutazione e denunciato il rischio di una politicizzazione delle scelte. La bocciatura è stata letta come una scelta difficilmente comprensibile, se non come un segnale problematico rispetto al rapporto tra il governo e un tema considerato sensibile e che richiama, per molti aspetti, anche la vicenda di Mario Paciolla, giornalista e volontario italiano ucciso in Colombia nel 2020 durante la sua attività di osservatore ONU, il cui caso è seguito dalla stessa Ballerini.

Parallelamente, la tensione si è manifestata all’interno delle altre commissioni che assegnano i contributi selettivi. I primi a dimettersi, pur non essendo direttamente coinvolto nella valutazione del documentario, sono stati Massimo Galimberti, nella commissione per le opere prime e i giovani autori, e Paolo Mereghetti, in quella per le sceneggiature. Galimberti ha parlato di una «Incompatibilità ambientale» legata alle modalità di analisi e ai criteri adottati, mentre Mereghetti ha motivato la propria scelta come una presa di posizione «Per coerenza».

E oggi è arrivata anche una terza dimissione, questa volta interna alla commissione documentari, quella di Ginella Vocca, che ha formalizzato la sua decisione con una lettera indirizzata al ministro della Cultura Alessandro Giuli. Vocca ha dichiarato di essersi opposta alla bocciatura del documentario, sia in sede di riunione sia per iscritto, ritenendola «Sbagliata sotto ogni profilo». Nella lettera, ha spiegato di aver inizialmente scelto di rimanere per non compromettere il lavoro della commissione ma di aver poi deciso di dimettersi dopo l’intervento del ministro Giuli in Parlamento.

Proprio il ministro, intervenuto alla Camera durante il question time, ha cercato di ricondurre la vicenda a un piano procedurale. «Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta sul documentario su Giulio Regeni, ma non è il frutto di una decisione politica», ha dichiarato, ribadendo l’autonomia delle commissioni come garanzia di imparzialità. Giuli ha inoltre ricordato che il progetto era stato respinto anche in precedenti richieste di finanziamento, nel 2024 e nel 2025.

«Ribadendo la totale indipendenza della commissione ministeriale incaricata di valutare i progetti cinematografici per l’attribuzione dei selettivi, molte scelte ritengo non siano condivisibili», ha aggiunto la Sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni. «Diversi titoli, tra gli ammessi e non ammessi al contributo, sono discutibili e non parliamo nel dettaglio solo del documentario sul caso Regeni. In particolare, sono profondamente colpita dalla bocciatura dell’ultima sceneggiatura di uno dei più grandi maestri italiani, Bernardo Bertolucci. Queste scelte sicuramente non rispecchiano in alcun modo la linea del Ministero».

Questa posizione istituzionale, che separa il livello politico da quello tecnico, non ha tuttavia attenuato il dibattito. Al contrario, ha contribuito a spostare l’attenzione sul funzionamento complessivo del sistema dei contributi selettivi, interrogando i criteri di valutazione, la composizione delle commissioni e il rapporto tra autonomia decisionale e responsabilità pubblica.

Il caso del documentario su Regeni, per la sua rilevanza simbolica, amplifica ulteriormente queste tensioni. La mancata assegnazione dei fondi a un’opera che affronta una delle vicende più dolorose della storia recente italiana, le dimissioni a catena all’interno della commissione, le prese di posizione e il coinvolgimento dell’opinione pubblica, dimostrano che la scelta non è soltanto tecnica o produttiva ma tocca anche questioni più ampie e interconnesse, legate al ruolo delle istituzioni – non solo quelle culturali – nella definizione delle priorità e del sistema di valori, oltre che nella costruzione della memoria civile e nella sua rappresentazione.

Non è la prima volta che alcune esclusioni dai finanziamenti dei contributi selettivi generano polemiche ma questi fondi sono pensati per opere che potrebbero faticare sul piano commerciale, non per produzioni già forti al box office, come era già accaduto, per esempio, con C’è ancora domani di Paola Cortellesi . Si tratta inoltre di una quota limitata del sistema: nel 2025 rappresentano circa il 13% dei fondi pubblici al cinema (90 milioni su 700), distribuiti tra centinaia di progetti. Nella prima sessione dell’anno, su 330 opere valutate, solo 117 hanno ottenuto un finanziamento.

I contributi selettivi si affiancano ad altri strumenti, come i fondi automatici legati ai risultati produttivi e soprattutto al tax credit, che copre circa il 60% delle risorse complessive. Negli ultimi anni, tuttavia,  il peso delle assegnazioni discrezionali è cresciuto, aumentando quindi anche la responsabilità delle commissioni.

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