Luca Pancrazzi, Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l'altro..., Assab One, 2026 @Leo Torri Studio
Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro… Era il 2014 quando Luca Pancrazzi inaugurò la sua prima retrospettiva autobiografica con una mostra negli spazi di Assab One a Milano con questo titolo.
In quella mostra costruita insieme alla cura di Pietro Gaglianò vennero allestite molte opere provenienti da cicli diversi che costruivano percorsi ricchi di connessioni e intrecci inediti. La mostra ambiziosa e davvero di dimensioni museali coinvolgeva i tre piani dello spazio ex industriale e già nel titolo di quell’esposizione l’artista dichiarava molto della sua poetica presente e futura. (Dirà in seguito che quella frase rappresenta qualcosa di più di un titolo, una sorta di autoritratto).
Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro… è il titolo di una serie di acquerelli che a partire dal 1996 è divenuto un ciclo che contraddistingue tutti quei lavori dedicati all’orizzonte realizzati sino ad oggi. Da allora questo ciclo di disegni si adatterà a tecniche e formati diversi, sino a riempire tutto un rotolo di carta lungo 35 metri, un rullo per scontrini. In quella mostra del 2014, di cui purtroppo non è stato realizzato un catalogo, al piano terra vi era una lunga parete a chiudere il lato nord di Assab One. Questa parete di fondo aveva un grosso battiscopa nero che dal pavimento saliva sino all’altezza di 150 cm. Era un orizzonte trovato, bell’e fatto, che l’artista ha subito utilizzato facendolo diventare la base per il suo orizzonte che dopo un meticoloso lavoro di matita ha preso forma lungo tutta la parete.
Siamo arrivati al 2026, anno in cui la memoria di quest’opera sotto gli strati abbondanti di verniciature viene rievocata attraverso due distinte opere che fanno rivivere l’installazione del 2014 collegandola alla storia del luogo attraverso la storia dell’artista.
Una scritta lunga più di 40 metri caratterizza adesso la facciata esterna percorsa dalla via Assab, e la sua qualità migliore è quella di essere sia decorazione sia scrittura. Composta da oltre 500 cilindri di Terracotta smaltata realizzata pezzo per pezzo, dell’azienda Stylnove, la frase si svela e si rende leggibile camminandoci a fianco lungo la strada seguendo il senso di marcia. Un’esplosione di punti colorati, questi cilindri sono stati smaltati seguendo l’evocazione della scomposizione quadricromatica del lavoro tipografico di cui il luogo porta ancora la memoria: Cyano, Magenta, Yellow e nero (K).
Se questo è l’esterno realizzato col sostegno del MIC, e che da oggi fa parte della mappa dell’arte pubblica di Milano, nell’interno l’artista ha costruito un percorso espositivo fatto di orizzonti costruendo un nuovo orizzonte fatto di orizzonti. Una grande installazione frattale e generosa che fa ripercorrere ai visitatori tutte le fasi di questo ciclo di disegni che l’artista ha realizzato periodicamente e ossessivamente a partire dal 1987.
L’orizzonte degli orizzonti diventa un altro percorso che va praticato lentamente, molto lentamente; dopo aver osservato questa linea di cornici, bisogna per forza avvicinarci per cercare di codificare il contenuto, e non si smette di avvicinarci sino a quando si arriva col naso a pochi centimetri dal primo disegno, poiché si tratta di vere e proprie miniature, miniature di orizzonti. Una lunga linea che contiene una linea fatta di molte linee.
E dal primo disegno all’ultimo è un vero percorso lento e inesorabile che porta, con non poche sorprese, da un disegno a china del 1999 ad uno spray del 2022 per poi tornare ad un acquerello del 1995 e cosi via, sussulto dopo sussulto.
Il cammino continua senza soluzione di continuità dal primo all’ultimo, che in realtà non è veramente l’ultimo, ma è semplicemente la promessa che l’orizzonte fa al visitatore di continuare come la frase posta in esterno che finisce con tre puntini.
Pancrazzi ci racconta che per lui gli orizzonti rappresentano una speciale fase di meditazione, anzi due fasi, «la prima avviene nei momenti in cui osservo il paesaggio e mi concentro sull’orizzonte cercando di vedere oltre le cose decifrate dall’occhio per scoprire un ulteriore livello che da un certo punto in poi viene rivelato, è un orizzonte interiore come se stessi guardando dentro di me, o meglio, come se diventassi io stesso il paesaggio che osserva qualcuno in sua osservazione. (…) La seconda è la fase di realizzazione di questi disegni che avviene di tanto in tanto, nello studio, dove ho allestito sempre un angolo dedicato. In qualsiasi momento del lavoro tra una lavorazione e un’altra, o quando la lavorazione di un quadro richiede una pausa, mi riposo sedendomi alla sedia degli orizzonti, dove riesco ad uscire dallo studio concentrandomi sull’infinito della linea e oltre, dimenticando le dimensioni spazio temporali di partenza».
Il testo di Alessandro Rabottini stampato su un leporello, che accompagna l’esposizione, analizza il tema degli orizzonti: «Come la luce, l’orizzonte si materializza solo nelle incidenze che attorno ad esso, lontane, si aggregano. Così, chi possiede il linguaggio della filosofia può dire che l’orizzonte è un deposito di esperienza individuale, perché ogni volta viene creato e ricreato da una particolare postazione, da un certo punto di osservazione».
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