Il dibattito critico sull’arte italiana, che sta rimbalzando tra le riviste in questi ultimi mesi, ha restituito, a brandelli ma con una tensione verso la complessità, alcune possibili motivazioni che hanno contribuito, tra le altre cose, ad approfondire quel sintomo di una crisi diffusa identificabile nell’assenza di artisti del nostro Paese alla Mostra Internazionale della 61ma Biennale d’Arte di Venezia – In Minor Keys.
La mancanza di ipotesi artistiche “forti”, prima e più concreta causa emersa, va ricercata in prima battuta, al di là della Biennale, tra le maglie della fitta rete – sarebbe meglio chiamarla ragnatela – del sistema dell’arte italiano: un Sansone morto con tutti i filistei o, comunque, compiacente del proprio esser debole, dalla fine degli anni Ottanta.
Un arco temporale assai ampio di stagnazione del pensiero e della riflessione critica, rotto da rarissime iniziative e dal Duemila in poi, forse, solo dal breve e incisivo lavoro di Gian Maria Tosatti durante la sua direzione alla Quadriennale di Roma, che mi è parso proporre una prospettiva costruttiva, strutturata e in controtendenza, tentando di mappare il fenomeno dell’arte italiana del XXI Secolo, problematizzandolo in modo complesso, tenendo conto anche di questioni di carattere economico e fenomenico, dalle difficoltà di classe nell’emersione degli artisti, all’oligarchia geografica e finanziaria dei promotori (istituzionali, pubblici e privati).
C’è però un altro aspetto da considerare, specie se l’osservatore, come nel caso di chi scrive, appartiene alla cosiddetta Generazione Z: la mancanza di attitudine a prendere parola sul mondo, fuori dalla propria comfort zone. Una postura che accomuna non solo gli artisti ma anche la critica e, conseguentemente, la curatela.
L’accettazione del postmoderno come occasione di rimessa in discussione e come ventaglio di possibilità nel ripensare il nuovo, in seno alla crisi, ha lasciato spazio ad atteggiamenti di debolezza e di irrilevanza: il timore di ricercare e accreditare una qualsivoglia “verità” – termine complesso per la cui disamina si segnala il Manifesto del Nuovo Realismo di Maurizio Ferraris – ha spostato l’attenzione dall’orizzonte dei fenomeni a quello delle esperienze individuali. E ciò dimostra – qualora ce ne fosse bisogno – come l’atomizzazione sociale che pervade la nostra società non esima affatto il panorama artistico nazionale. Il mondo è a pezzi. Come si fa a pretendere di ravvisare tendenze unitarie o ipotesi concatenanti nelle arti?
Ma se è vero che l’avvento del pensiero debole ha messo le retoriche della vittoria, della visione e della prospettiva radicale, tipiche delle Avanguardie, fuori dal gioco di qualsiasi forma di ricerca e di sapere, allora perché si continua a lamentare – lo hanno fatto recentemente e con autorevolezza, tra gli altri, Giacinto di Pietrantonio, Francesco Arena, Vincenzo Profeta, Michele Dantini e lo stesso Tosatti – la mancanza di ipotesi “forti” nel panorama artistico italiano? Non s’era forse detto che l’idea di mondo postmoderno che avevamo ereditato fosse l’unica possibile e che dovevamo smettere di attrezzarci per inseguirne altre?
Però, a ben vedere, è qui l’intoppo. Perché, in assenza di prospettive ideali, cosa resta agli artisti camerieri, ai critici indipendenti ma senza un soldo, se non l’ambizione al posto fisso?
L’arte contemporanea italiana “senza idee” è diventata la ricerca di un posto sicuro nella scena locale e nazionale, a scapito della visibilità internazionale. È la partita IVA da tenere a galla, di anno in anno, con concessioni al mercato che abbassano la qualità delle opere sia sul piano formale che su quello argomentativo. Al rischio della presa di parola radicale sul mondo, si è preferito rifugiarsi nella propria vita. Il galleggiamento ha preso priorità sulla navigazione ispirata da un atteggiamento di sfida al presente e al sistema stesso dell’arte, di cui tutti si lamentano, senza però prendersi la briga di cambiarlo.
Nella stagione poverista o in quelle avanguardiste precedenti abbiamo visto un elemento chiaro, al di là degli aspetti strettamente artistici: un’attitudine a prendere parola sul mondo. Oggi l’individualizzazione della scena ha prodotto qualcosa di opposto o quasi: si prende parola su di sé, sperando che questo basti a cambiare le cose.
Ma questa prospettiva autoriflessiva, nell’arte come in altro, è indice di una passivizzazione della società, che toglie spazio a logiche di gruppo o di tendenza, ossia a logiche realmente sociali. Anche i più bravi si illudono di poter spiccare, proprio come gli influencer. E questo forse avverrà. Ma sarà solo se altri si attrezzeranno in modo comunitario per dare un contributo concreto e costruttivo all’arte italiana, affinché questa possa esistere ancora come entità unitaria e non come semplice archivio di portfolio.
La paura del potere, a cui la mia generazione – e forse anche la precedente – è stata educata, è diventata, per disperazione, un inseguimento del potere a tutti i costi: la curatela, l’articolo descrittivo sulla rivista, la cattedra universitaria o accademica, la mostra importante.
Siamo stati educati a non cambiare il sistema, così il sistema ha finito per cambiare noi, rendendoci simili a sé: disordinati, disfunzionali e forse, appunto, disperati. Resta da capire se vogliamo o meno assumere consapevolmente questa postura. Un adagio recita che a non far nulla non si sbaglia mai. Eppure, in questa inanità si è commesso un grande errore e un’evidente tragedia.
Nella critica all’avanguardia e al potere, siamo finiti per essere un sistema di retroguardia e di gilde – quando non di solitudini – che poco o nulla può dare al nostro circuito, alla società e, figuriamoci, alla realtà.
Qualcuno diceva che «L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi». Ebbene, per quanto si sia tentato a tutti i costi di trovare altri punti di partenza, in ultima battuta non mi viene in mente che questo: fare, forse sbagliando, piuttosto che lamentare.
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