Categorie: Attualità

Paola Pivi. La libertà di esistere

di - 17 Maggio 2026

L’universo visivo di Paola Pivi – dagli iconici orsi antropomorfi ai quadri di perle, dai fumetti agli aerei sospesi — sembra emergere da una dimensione fantastica, capace però di rendere il reale più leggibile proprio mentre lo sposta: il quotidiano si trasforma in una realtà distopica sorprendentemente vicina, e in quella lieve inquietudine si rivela la forza del suo lavoro. Non è un gioco come evasione, ma un gioco come sovversione: un dispositivo che disarma le gerarchie, mette in crisi le categorie rigide, incrina ciò che appare “naturale”. Emblematica, in questo senso, è You know who I am: la Statua della Libertà, icona universale di emancipazione, indossa maschere intercambiabili ispirate al linguaggio degli emoji e legate a persone reali. L’identità non viene fissata una volta per tutte: diventa mobile, plurale, non immediatamente leggibile. La maschera non nasconde, ma protegge; non sottrae verità, ma rivendica il diritto a non essere ridotti a una definizione.

Questa libertà, nel racconto di Pivi, non resta mai astratta: si misura con i luoghi, con i confini, con i documenti, con la possibilità di restare insieme. Anche per questo la sua voce, più celebrata all’estero che in Italia – dove è comunque ormai un’icona dell’arte contemporanea e sempre più presente nelle collezioni private – risuona con particolare forza quando si parla di diritti: perché mostra come l’arte possa essere profondamente democratica non quando semplifica, ma quando include senza normalizzare, quando apre uno spazio in cui ciascuno è chiamato a ripensare cosa significhi libertà, identità, appartenenza.

Image emboridery, Parigi, Paola Pivi, Free Human Rights 2026, Seta 42 × 46 x 4 cm, Fotografia di Claire Dorn Courtesy l’artista e Galleria Perrotin

Le tue opere sembrano muoversi in un territorio di confine tra gioco, impegno politico e sociale, raccontando un mondo in cui forse l’assurdo è il filo conduttore.

«Io parto da una visione, dal bisogno di raccontarla, e creo uno spazio di libertà in dialogo con gli altri, con il mondo e con la Storia. Tutto ciò che realizzo nasce da un processo inconscio: non c’è una volontà esplicita dietro le mie opere, ma un fluire spontaneo di idee e visioni. Per questo cerco di ridurre al minimo i passaggi tra queste visioni e le opere finali, come se volessi mantenere le idee lontane dalla terra, realizzarle veramente ma senza portarle al mondo concreto».

Queste visioni vengono spesso raccontate al pubblico da titoli che oscillano tra piccole poesie e laconici Untitled. Perché?

«Dal 2006, nella mia vita c’è mio marito, Karma Culture Brothers, che ho incontrato in Alaska la seconda volta che ci sono tornata. È stato un colpo di fulmine: con lui non solo condivido l’esistenza, ma la vivo pienamente quotidianamente. Da quando c’è lui – compositore, poeta e musicista – il titolo assume una dimensione nuova, diventando quasi un’opera nell’opera. Il mio lavoro sembra a volte farsi piedistallo per il titolo, un intreccio di suoni che si trasformano in un piccolo poema, quasi un haiku, capace di aprire porte e immergere chi guarda in un’atmosfera magica, senza imporre una chiave interpretativa rigida. L’arte è la trama della nostra vita, così tanto che nemmeno ricordo la prima volta in cui mi ha suggerito un titolo per un’opera. Lo fa ancora oggi, sempre, e ne riconosco il valore. Eppure, proprio perché il titolo ha questo ruolo così essenziale e specifico, continuo talvolta a scegliere Untitled. Non è una scelta laconica, ma essenziale: alcune opere esistono semplicemente per ciò che sono, senza bisogno di altro; altre, invece, sembrano emanciparsi proprio attraverso il titolo che le accompagna».

Aereo che gira, Paola Pivi, How I Roll, 2012 Piper Seneca, supporti in acciaio e motore (rotazione a 1 giri/min) 11,8 × 12,9 × 11,8 m, Fotografia di Attilio Maranzano Courtesy di Galleria Perrotin e dell’Artista

Parlare di un lavoro ricco e complesso come il tuo significa anche addentrarsi nella tua vita nomade e variegata. Hai una formazione in ingegneria chimica. Come è avvenuto il passaggio all’arte?

«Ho capito di essere un’artista solo quando nel 1994 ho aperto la porta dell’aula dove stava facendo lezione Alberto Garutti a Brera: aprire quella porta è stato come tornare a casa. La mia arte non è mai stata una scelta consapevole, anche se sono nata artista, ma un percorso che ho scoperto strada facendo. Vengo da una famiglia di ingegneri, ma anche di artisti che hanno represso l’arte: uno dei miei nonni dipingeva, l’altro organizzava happening, ma la vita li ha portati ad essere architetto e medico. Ed io ero portata per l’ingegneria, ma mi rendeva triste. Quando ho scoperto l’arte, ho capito che era la mia vera strada. Ho lasciato ingegneria e mi sono iscritta all’Accademia di Brera, anche se all’inizio non mi avevano ammessa. Alla fine, però, è stato davvero come tornare a casa».

Qual è stata la chiave di svolta che ti ha fatto aprire quella porta di Brera?

«Non ho dubbi: l’arte di Andrea Pazienza. Quando studiavo al Politecnico di Milano e sentivo il bisogno di evadere, mi rifugiavo nei fumetti, che erano arte, mondi e lingue immaginifici. All’epoca la mia vista mi permetteva di percepirli quasi in 3D, di entrarci dentro e coglierne ogni dettaglio, che poi ricopiavo e disegnavo. E in quei momenti ero molto più felice. Così, dopo alcuni esami andati benissimo (fisica 2 con 28 e meccanica quantistica con 30 e lode), decisi di lasciare ingegneria. La mia famiglia smise di parlarmi per sei mesi, e nel frattempo mi mantenevo insegnando aerobica, continuando a studiare, perché non ho mai pensato di poter vivere senza studiare, ovvero senza apprendere conoscenze nuove. È stato così che sono arrivata a Brera: inizialmente mi esclusero, poi mi ripresero. Dal 1995 espongo, e poi c’è stato De Carlo, che ha inaugurato la sua nuova galleria con me, una studentessa sconosciuta. Ma erano altri anni, un’altra Italia, un altro mondo dell’arte, in cui i cultori erano una sorta di setta, poche persone che si muovevano nei loro spazi e nei loro silenzi necessari. Anche il pubblico era diverso: permetteva di sperimentare, di osare, perfino di sbagliare e cambiare idea».

Gonfiabile fumetto AGWA, Australia, Paola Pivi, Fortunately, one of those is worth a thousand of these suckers… (drawing by Lincoln Peirce), 2025, nylon poliuretano, metallo, ventilatori 1326 × 1182 × 20 cm. Questa scultura gonfiabile è stata realizzata con l’esplicito permesso di Lincoln Peirce, l’autore della vignetta, pubblicata il 7 gennaio 1991 come parte della prima striscia a fumetti del celebre personaggio Big Nate. Courtesy dell’Artista, Galleria Perrotin, AGWA

Quindi, dietro il tuo mondo in cui il tratto fumettistico è trasversale, si nascondono ancora disegni preparatori?

«Assolutamente no. Come dicevo, non credo nei lavori preparatori. Un artista deve avere una visione e poi spingere quel grande macigno che la porta alla realtà: questo è il mio fare. Il processo creativo deve preservare la purezza dell’intuizione originaria, senza mediazioni che ne attenuino l’intensità».

Cosa significa per te creare?

«Creare è come riuscire a spingere un enorme macigno. È un confronto diretto con il presente, con una società in continuo mutamento. Ogni opera porta con sé una data, un momento nella Storia. Ho più progetti di quanti potrò mai realizzare: ma il processo creativo resta sempre una lotta: un equilibrio precario tra la visione e la realtà. Bisogna imparare ad aspettare e continuare a battere il chiodo: non tutti i progetti che avrei voluto fare sono riuscita a portarli a termine, ma alcuni con il tempo sono anche evoluti e si sono arricchiti di nuovi elementi e dialoghi con nuove circostante e occasioni storiche, come per esempio la mia opera Live again, fatta di alberi di limoni e di bronzo, iniziata nel 1999 e terminata e presentata per la prima volta quest’anno nel 2026 alla galleria Perrotin di Parigi».

Degli studi di ingegneria resta qualcosa nell’arte, forse l’amore per i grandi aerei che ti hanno portata a essere conosciuta giovanissima in tutto il mondo?

«Ahimè, direi che sono più conosciuta all’estero che in Italia, dove molte delle cose che ho fatto restano meno riconosciute. Essere donna e artista non è mai semplice. Ciò premesso, se c’è un lavoro che più si lega alla mia formazione in ingegneria, è quello con le perle, che realizzo dal 1998. All’epoca non c’era mio marito e quei lavori si chiamavano semplicemente Senza titolo (perle), mentre oggi hanno quei titoli di cui parlavamo, come Call me anything you want del 2013. In queste opere, le perle sono disposte in file ravvicinate, ma poi prendono forma sotto l’azione della gravità. È il lavoro che più mi riporta agli anni dell’ingegneria, non tanto in un senso tangibile, quanto come espressione della fisica. Le perle, per me, sono anche un simbolo aspirazionale di lusso, un desiderio di possesso. E il lusso, ovunque nel mondo, non è altro che energia incamerata, accumulata e accantonata».

Paola Pivi, Senza titolo (perle), 2025, Perle in plastica metallizzate fucsia 50 x 67 x 18 cm, Fotografia di Andrea Rossetti Courtesy Galleria MASSIMODECARLO e l’Artista

Ci stiamo parlando a migliaia di km di distanza, tu sei in Canada al momento. Mi hai detto di aver trascorso il periodo del COVID in Valle d’Aosta. Sei una nomade che ha vissuto in molti luoghi diversi. Dove ti senti a casa?

«Non amo stare ferma. Ogni luogo in cui vivo diventa un nuovo punto di partenza. Non ho radici, o meglio, le ho sparse ovunque. La mia famiglia d’origine è un intreccio di città – Bari, Novi di Modena, Pescara – anche se da anni vive in provincia di Varese. Dal 1998 lavoro con Massimo De Carlo, un incontro che per me ha significato moltissimo. Eppure, Milano continua a respingermi come un magnete. Ci sono nata tra i mille spostamenti della mia famiglia ed è una calamita che mi attrae e mi respinge: ogni volta devo tornarci, ma dopo una settimana sento il bisogno di andarmene. Per scelta, ho messo radici ad Alicudi e al Verrand, affascinata dalla bellezza e dalla potenza della natura. Ma se penso a casa, l’Alaska lo è. Lì ho scelto persino di comprare una casa, ed è lì che ho incontrato mio marito, un esule tibetano. Poi per due anni ho vissuto anche a Big Island alle Hawaii. L’Alaska è stata una scoperta straordinaria, un luogo di libertà assoluta. Nei primi anni trascorsi lì con mio marito ho respirato un senso di possibilità incredibile. Ma è anche la terra degli orsi, che mi fanno ancora paura e, allo stesso tempo, mi attraggono. Proprio come Milano».

Come mai questo amore per l’Alaska?

«È stata un’esperienza sconvolgente. Avevo ricevuto un invito per un viaggio bohémien in Antartide con amici di amici artisti, ma all’ultimo momento sono stata disinvitata. Mi ritrovai con sei settimane libere e, leggendo un articolo su Roberto Ghidoni, decisi di fingermi giornalista per seguire la Iditarod, la gara di slitte più epica dell’Alaska: 1049 miglia di pura avventura. Affittai un Super Cab, incontrai Roberto Ghidoni – un vero alce italiano, suo soprannome, perché uno dei pochi in grado di percorrere a piedi tutto il percorso – e vissi sei settimane uniche quasi magiche. Fu una vacanza da me stessa: mi immersi in un mondo completamente diverso, fingendo di essere una giornalista e vivendo ogni istante come un’esploratrice. L’anno successivo tornai in Alaska. All’arrivo, una mia amica mandò a prendermi proprio da colui che sarebbe diventato mio marito».

Installazione, Paola Pivi show ‘We are the baby gang’, Galerie Perrotin, New York, USA, 2019, Fotografia di Attilio Maranzano Courtesy Galleria Perrotin e l’Artista

E poi l’India e tuo figlio?

«Per quattro anni ho vissuto in India per combattere legalmente e vincere contro il potere della teocrazia del Dalai Lama, e in questa esperienza fortissima io e mio marito siamo stati adottati da nostro figlio, un bambino apolide di cinque anni. Abbiamo lottato per nostro figlio, adottandolo e portandolo in America e poi in Italia, perché per me la famiglia è stare uniti ovunque nel mondo. Ora mio figlio è al primo anno di università. L’America, un paese che ha una storia di libertà complessa, gli ha permesso di avere dei documenti e quindi dei diritti. L’Italia, essendo mio figlio apolide, non glielo permetteva invece».

Libertà, Stati Uniti e tuo figlio. Non posso che chiederti di raccontare di uno dei tuoi lavori recenti più noti: “You know who I am”, la Statua della Libertà con la maschera cartoon.

«“You know who I am”, presentato nel 2022, nasce da un’idea completamente pura: creare una connessione tra libertà e identità, e raccontare delle storie vere. La maschera indossata dalla statua rappresenta una persona reale, con nome e cognome, la cui esperienza di libertà è legata agli Stati Uniti e la cui storia è spiegata in vicinanza dell’opera. La prima persona ritratta e l’ispirazione del lavoro era proprio mio figlio, ma non volevo che l’opera presentasse esperienze legate esclusivamente alla libertà come possibilità positiva negli USA. La realtà americana, anche prima degli ultimi avvenimenti atroci, è sempre stata molto diversificata, fragile e drammatica. Le altre maschere rappresentano storie di privazione e anche abusi. Ho realizzato l’opera in bronzo durante il periodo del Covid, grazie alla collaborazione con Matteo Visconti di Modrone, che in quegli anni aveva deciso di insegnare l’arte antica della fusione del bronzo ad artisti che non la avessero mai praticata. Durante il lockdown, con la mia famiglia attraversavamo bisettimanalmente un’Italia deserta dal Verrand a Milano per continuare a lavorare con la fonderia in un’atmosfera ottocentesca, portando avanti un progetto che per me aveva un significato profondo. L’opera è una grande replica in bronzo della Statua della Libertà, collocata per un anno sulla High Line di New York. Nel tempo, ha cambiato diverse maschere stilizzate e colorate, ispirate agli emoji, ognuna raffigurante un individuo reale con una storia reale connessa agli Stati Uniti d’America. La sua posizione era fortemente simbolica: da quel punto, i visitatori potevano vedere sullo sfondo la vera Statua della Libertà, creando un dialogo visivo e concettuale tra l’originale e la mia reinterpretazione. La scultura è stata realizzata presso la Fonderia Artistica Battaglia di Milano, da una copia di gesso storica della statua originale in bronzo creata da Bartholdi stesso, oggi conservata al Musée d’Orsay di Parigi. Questo legame diretto con l’opera originale rende il mio lavoro non solo un omaggio, ma anche nuovo livello di lettura del concetto di libertà, trasformandolo in qualcosa di più inclusivo e personale».

Statua della libertà, High Line New York, Paola Pivi, You know who I am, 2021 bronzo e fibra di vetro dipinta 484 × 179 × 160 cm fotografia di Timothy Schenck A High Line Commission Courtesy High Line, l’Artista

Hai un forte rapporto con la politica e con l’attualità. Il tuo lavoro, ancorato nell’oggi, è una forma di comunicazione e denuncia. Dopo tanti anni negli USA, come vedi questo “nuovo” corso degli Stati Uniti?

«Il mio lavoro è intrinsecamente politico: lo percepisco a livello epidermico. Ho un approccio alle news estremamente approfondito, anche perché con mio marito abbiamo portato avanti e vinto una causa storica contro l’istituzione Tibetan Children’s Village, legata al potere teocratico del Dalai Lama. Questa esperienza mi ha dato una comprensione più ampia di come funzionano il potere e la narrazione mediatica. Già alla fine del 2023 sapevo che i democratici avrebbero perso nel 2024. A parte le notizie sconvolgenti di oggi, anche l’arrivo di Trump non è stato uno shock per me, ma la conseguenza inevitabile di un cambiamento profondo nella società. La manipolazione delle notizie mi ha segnata profondamente, e non è certo un fenomeno recente negli Stati Uniti: accadeva anche con Biden. Con l’arrivo di Trump è divenuta palese, ha assunto un volto riconoscibile, senza più l’ipocrisia che per anni ha caratterizzato anche i democratici americani. E così, mentre la situazione diventava ogni giorno più drammatica, appena mi è stato possibile ho lasciato il mio Paese».

Arte e democrazia: qual è il legame?

«L’arte è profondamente democratica: io e te possiamo incontrarla con pochi soldi, a volte persino gratuitamente. Tutti gli esseri umani sono assetati d’arte. E se è vero che non è assolutamente necessario possederla per fruirne, è altrettanto vero che il possesso — anche di un’opera piccola, persino del disegno di tuo figlio — crea un rapporto continuativo: un dialogo che si rinnova ogni giorno, un’intimità che nutre sia chi la vive sia, in qualche modo, anche il lavoro stesso. Per questo credo che possedere un’opera sia importante. E sono felice che il numero di collezionisti nel mondo stia crescendo: è una forma di compenetrazione, un legame che va oltre la semplice contemplazione».

Emboridery post democracy, Paola Pivi, Post democracy, 2026, Seta 38 × 62.5 × 4 cm, Fotografia di Claire Dorn Courtesy l’artista e Galleria Perrotin

Quindi in casa nessun segno d’arte, nemmeno se c’è la tua opera preferita?

«Amo tutte le mie opere, persino quelle che sono rimaste solo visioni, quelle che non sono mai diventate reali e che forse non potranno più diventarlo, perché hanno perso il loro momento, quel dialogo con la storia che le rendeva possibili. Ma è vero, in casa ho una sola foto di un mio lavoro. E forse ti stupirà sapere che non è la “Statua della Libertà” con la maschera di mio figlio, ma un’opera di cui sono particolarmente orgogliosa How I Roll, l’installazione prodotta dal Public Art Fund di New York, attivata a Central Park nel 2012: era la mia prima mostra istituzionale negli USA. Grandiosa, un aereo tra i piccoli e i grandi, un Piper Seneca, che rotea in avanti, sospeso dalle punte delle ali, una grande opera cinetica, un gioco, proprio come hai detto tu all’inizio, e come tanti riconoscono nell’essenza del mio lavoro».

Posso chiederti cosa ti metteva in difficoltà, allora, nella possibilità che il tuo lavoro potesse essere letto anche come gioco?

«All’inizio, quando ero giovane e poi come artista emergente negli anni ‘90 in Italia, un periodo in cui gli artisti erano quasi isolati dal mondo, avevo una visione più estrema di me stessa, anche se ho sempre amato divertirmi. Dell’aspetto cosiddetto ludico, non me ne resi conto fino a quando sono stati gli altri a farmelo notare, perché il mio approccio è istintivo, guidato dall’inconscio. Ora lo riconosco, ma non è qualcosa di razionale e non mi lascio mai condizionare da alcuna forma di intento. A pensarci bene, anche crescere e diventare madre ha avuto un impatto sul mio percorso artistico e su questo aspetto. Una delle mie opere, We are the baby gang, esposta alla galleria Perrotin di New York nel 2019, deriva proprio dall’estetica dei bambini, che ho conosciuto più da vicino quando siamo stati adottati da mio figlio, che allora aveva cinque anni. Quelle scarpette colorate all’ingresso della casa, di fianco alle nostre grosse, sono un’immagine che ha cambiato la mia vita. Da lì è nata l’installazione: 70 cuccioli di orso polare ricoperti di piume colorate, immersi in una sorta di laguna onirica, in cui gli spettatori possono muoversi liberamente. Questo spazio interattivo permetteva alle persone di instaurare con i miei orsi un rapporto che non avrebbero con altre forme artistiche. Amo l’arte, che da sempre è la mia vita e anche quella della mia famiglia, ma resto profondamente nomade.. Mi piacciono tantissimi artisti Cuoghi, Ontani, Prini, Spalletti, Cattelan, Accardi, Manzoni, ne potrei nominare tanti altri. Mi piace l’arte che è decorazione per l’anima, perché per me esistono tre tipi di arte: l’arte che decora l’anima, l’arte che decora l’anima solo in parte guardando anche allo scopo e l’arte che è solo decorazione dei muri».

Dettaglio orso giallo, Paola Pivi, They call me Polar Bear, 2024 (dettaglio), schiuma di uretano, plastica, piume 122 x 240 x 71 cm, Fotografia di Guillaume Ziccarelli, Courtesy Galleria Perrotin e l’artista

(* In occasione del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, questo approfondimento è stato ripresp da “L’arte in prima persona”, progetto CSR socio-editoriale non profit , promosso da Schiavi SpA e CRAMUM).

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