Mark Francis. Sea of Sound, view of the San Marino Pavilion, Biennale Arte 2026. Daniele Cortese Photography
Negli spazi industriali del Tana Art Space, a Venezia, quel brusio cromatico che l’artista nordirlandese Mark Francis insegue ormai da anni trova una nuova densità e concretezza, con il progetto Sea of Sound, curato da Luca Tommasi per il Padiglione della Repubblica di San Marino. Il padiglione, inserito strategicamente tra l’Arsenale e i Giardini, si offre come un rifugio acustico e visivo che obbliga il visitatore a una rinegoziazione continua dei propri sensi, dando vita ad un ambiente in cui la pittura viene utilizzata come un sismografo delle energie invisibili.
Nei dipinti qui presentati, la pittura astratta di Mark Francis si organizza sulla superficie attraverso bande verticali e pennellate ascensionali che non intendono descrivere un oggetto, ma emulare l’intensità e l’energia delle frequenze acustiche. Come sottolinea il curatore Luca Tommasi, non siamo davanti a un freddo diagramma ispirato passivamente da dati scientifici: siamo invece all’interno di una compiuta ottica post-modernista che mette al centro la soggettività dell’artista.
Francis interpreta autonomamente gli stimoli sonori, trasformando l’azione del pennello che mescola i colori in un’illusione acustica. La pressione distende il pigmento, crea variazioni tonali e, nel momento in cui una banda inizia a fondersi con l’altra, genera suoni visivi inaspettati. È alla fine di questo procedimento che l’artista si ritrova davanti a quello che definisce un “mare di suono”, dove i colori sembrano cantare mentre aggregano le proprie forze sulla tela o sull’alluminio.
Il percorso espositivo si articola in due ambienti che riflettono la tensione costante tra ordine e caos, precisione e astrazione. Nella prima sala, Francis presenta un passaggio cruciale della sua carriera: il debutto dell’immagine in movimento con il film Listening Field. Realizzato in collaborazione con il filmmaker Ian Cross e il compositore Marco Genovesi, questo cortometraggio di sette minuti agisce come una sonda microscopica all’interno della materia pittorica dell’artista. Ispirato a una serie di lavori del 2008 realizzati con carta fotografica e candeggina, il video esplora cicli di nascita e degrado luminoso. Gli elementi visivi sono accompagnati da un’orchestra di suoni volutamente privi di melodia, un ronzio industriale e atmosferico che esiste al confine della familiarità acustica.
Nella seconda stanza, il visitatore è immerso in un corpus di dipinti inediti di grande formato, dove l’indagine di Francis sulla percezione raggiunge il suo climax. Qui l’esperienza è dominata da un dinamismo evolutivo: da lontano, la regolarità delle forme e la variabilità del colore producono un effetto sfocato che agita l’occhio, rendendolo incapace di fissarsi su un unico punto. Da vicino, invece, l’impatto dello sfocato scompare per rivelare la complessità della texture e la fisicità della stratificazione pittorica. Francis rivendica con forza questo “apprendimento tattile” — il manipolare materiali e il prendere decisioni attraverso il tatto — come atto di resistenza in un’epoca dominata dall’immaterialità degli schermi.
Il dialogo con il tema generale della Biennale, In Minor Keys, appare qui quanto mai calzante: Francis sceglie di lavorare sulle frequenze basse, sui brusii, su tutto ciò che è persistente ma spesso inudibile.
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