Duane Michals, Selfportrait as unicorn, 2022
Autodidatta, filosofo dell’immagine e provocatore instancabile: il fotografo statunitense Duane Michals è deceduto il 9 giugno, lasciando un’eredità visiva imponente che ha scardinato dall’interno i codici della fotografia del Novecento.
La notizia giunge mentre a SpazioReale, a Monte Carasso in Svizzera, è ancora aperta la grande retrospettiva Il fotografo dell’invisibile (fino al 21 giugno), un titolo che oggi risuona come il perfetto riassunto di una vita spesa a immortalare ciò che gli occhi non possono vedere.
Michals nasce in Pennsylvania da una famiglia operaia e scopre la fotocamera quasi per caso nel 1958, durante un viaggio in Unione Sovietica. Da quel momento, privo di uno studio fisso e orgogliosamente immune ai dogmi tecnici, ha portato avanti una poetica in totale controtendenza rispetto alla sua epoca. Mentre il mondo celebrava il “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson e l’oggettività del fotogiornalismo puro, Michals decide di rivolgere l’obiettivo verso i sogni, i desideri, l’angoscia della morte, lo scorrere del tempo e la propria omosessualità. «Quando guardi le mie fotografie, stai guardando i miei pensieri», amava ripetere, definendo la linea di demarcazione di una pratica puramente concettuale.
La prima grande e dirompente intuizione formale di Michals, sviluppata a partire dalla metà degli anni Sessanta, è stata però quella delle sequenze fotografiche. Frustrato dai limiti intrinseci dello scatto singolo, considerato insufficiente per narrare i moti della psiche, l’artista iniziò ad affiancare i fotogrammi in serie narrative, composte solitamente da sei a nove immagini in bianco e nero. Questi lavori non documentavano un fatto compiuto, ma mettevano in scena vere e proprie sceneggiature visive. In lavori come The Spirit Leaves the Body o Chance Meeting, i soggetti appaiono, si sovrappongono attraverso doppie esposizioni calibrate, mutano o svaniscono nel nulla.
Nel 1974, Michals compie un altro gesto di rottura, all’epoca duramente contestato dai puristi della camera chiara: inizia a scrivere direttamente sui margini delle stampe: con un inchiostro nero e una calligrafia minuta, l’artista aggiungeva poesie, confessioni intime, annotazioni filosofiche o ironici apologhi: scrittura e immagine convivono così in un rapporto dialettico, un controcanto emotivo che apre una terza dimensione interpretativa. Questa scelta nasce da una profonda consapevolezza teorica: la convinzione che la fotografia possa mostrare perfettamente l’aspetto di un corpo o di un luogo, ma fallisca inevitabilmente quando si tratta di rivelarne la verità più profonda e invisibile.
Accanto alle sperimentazioni più intime, l’artista ha comunque sempre mantenuto un legame strettissimo e fertilissimo con la cultura di massa e commerciale. Ha firmato importanti reportage per testate di riferimento come Vogue ed Esquire, fotografato giganti del Novecento come Andy Warhol, Joseph Cornell e Pier Paolo Pasolini, e impresso la propria firma nell’immaginario musicale globale. Fu sua, infatti, la celebre e visionaria combinazione di scatti ed elementi grafici che nel 1983 diede vita alla copertina di Synchronicity, l’ultimo storico album in studio dei Police.
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