08 maggio 2026

Biennale Arte 2026: i Padiglioni da vedere ai Giardini, tra rumori, cartoline e balene

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Dal mosaico di cartoline della Spagna alle vibrazioni sonore della Polonia, passando per le performance estreme dell'Austria, un viaggio tra i Padiglioni ai Giardini più intensi della Biennale Arte 2026

It NEVER SSST, Miet Warlop

Le proteste di ANGA – Art Not Genocide Alliance, gli striscioni “Free Palestine”, i volantini colorati che passano di mano in mano, cadono a terra – ancora umida – e vengono subito spazzati via. Il grande cervo di Zhanna Kadyrova, installato all’ingresso dei Giardini, sembra annusare nell’aria la traccia del predatore. La scultura dell’artista ucraina domina il paesaggio sopra il carro sul quale, durante l’inaugurazione, è salito anche Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura alla Camera, emanazione dell’assente ministro Alessandro Giuli – che alla presentazione del Padiglione Italia sarà sostituito da Matteo Salvini.

E poi le ampie vetrate del Padiglione Israele coperte dai teli opachi del cantiere di restauro, alcuni cartelli contro il regime iraniano, la musica ad altissimo volume sparata dalle casse del Padiglione Russia che, circondato dalla polizia, rimarrà aperto solo per pochi giorni ma, intanto, si fa sentire e cambia drasticamente atmosfera tra una performance e l’altra. All’interno di questo vortice di eventi, la Biennale continua a muoversi secondo il proprio ritmo irregolare e insieme perfettamente codificato. E ai Giardini, quando spunta il sole, tutti sono un po’ più sollevati, i vestiti si alleggeriscono e si ricerca l’ombra per scambiare opinioni, registrare impressioni, ascoltare e riportare voci.

Anticipata da polemiche feroci, attraversata da divisioni profondissime che hanno portato allo scoperto – una buona volta – le radici politicizzate dell’arte e le sue devianze, la Biennale assorbe ogni tipo di conflitto, sul suo terreno si depotenzia qualunque contraddizione. Il dissenso trova posto nel suo passaggio temporaneo – da maggio a novembre – trasformandosi in un ulteriore livello della rappresentazione.

Le figure passano, presidenti e ministri, artiste e commissarie. Passeranno anche molte delle opere attorno a cui oggi si concentra l’attenzione. Rimangono invece le istituzioni, le architetture di ritualità e burocrazia, le strutture organizzative e disorganizzative – che in fondo sono le specchio del nostro Paese – e che da più di un secolo regolano il metabolismo della Biennale, proteggendone l’esistenza in un mondo che ama rispecchiarsi nelle acque torbide e scintillanti della Laguna.

E lentamente scorrono le file interminabili che attraversano i viali alberati, si intrecciano, si disperdono e si ricompongono inseguendo gli orari delle performance che quest’anno animano molti dei progetti presentati dai vari Paesi. In questo scenario tanto mobile quanto concentrato, ecco la nostra selezione dei magnifici sette Padiglioni ai Giardini.

Padiglione Spagna

Vedute di montagne innevate, scorci di Disneyland, decine di Manneken Pis, collezioni di armature, ritratti di sovrani, caschi di banane e frutta tropicale, il cambio della guardia greca. E poi centinaia di altre immagini che, apparentemente, non condividono nulla se non la superficie anonima e familiare della cartolina. Accumulate una accanto all’altra, finiscono per comporre una sorta di enorme affresco dell’immaginario collettivo, una mappa attraverso cui il mondo viene rappresentato, consumato e ricordato. Oriol Villanova ha interamente rivestito le pareti del Padiglione Spagna con migliaia di cartoline provenienti dal suo archivio personale. È un intervento maestoso e insieme antimonumentale, costruito attraverso materiali poveri, seriali, marginali. Da oltre 20 anni l’artista, nato a Manresa nel 1980, raccoglie sistematicamente cartoline trovate nei mercatini delle pulci e nei negozi dell’usato, trasformando questa pratica quasi ossessiva in una forma di archeologia visiva della riproduzione delle immagini.

Parte di quell’archivio invade ora il Padiglione come una trama continua di frammenti visivi. La luce naturale filtra nello spazio e ricade ogni volta in modo diverso sulle superfici lucide delle cartoline, modificandone la percezione. Osservate da lontano, le immagini si dissolvono nella loro stessa molteplicità e finiscono per comporre campiture cromatiche e forme sfuggenti, impressioniste. Avvicinandosi, invece, riaffiorano dettagli minimi, stereotipi turistici, gesti ripetuti, paesaggi consumati dallo sguardo.

È un’opera ipnotica e meticolosa, che trattiene lo sguardo molto più a lungo di quanto ci si aspetterebbe.

Padiglione Belgio

Miet Warlop e la curatrice Caroline Dumalin hanno preso molto sul serio la loro promessa di far ballare il Padiglione Belgio. Ma più che una festa danzante, IT NEVER SSST anima gli spazi progettati nel 1920 da Adrien Blomme come una catena di montaggio post industriale, anzi pre-industriale. Seguendo un ritmo di percussioni che cambia frequentemente di intensità, i performer si passano al volo delle formelle di gesso sulle quali sono segnate delle brevi parole e le impilano su una struttura di legno sulla quale sono disposti anche diversi pezzi di batteria suonati da altri performer. È una coreografia dell’ostinazione: i gesti si ripetono, si intensificano, si sfaldano, mentre il padiglione si trasforma in un ambiente attraversato da un senso crescente di saturazione e catastrofe. Alcune formelle si spezzano, i frammenti si spargono nello spazio, le parole circolano come materia fragile eppure continuano a esprimersi, anche quando la musica finisce e il movimento si arresta.

In questo continuo slittamento tra senso e rumore emerge uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Warlop: la capacità di usare la performance come sistema di pressione, facendo convivere disciplina e caos, ritualità e collasso. L’intervento riflette molti degli elementi che caratterizzano la ricerca dell’artista nata nel 1978 a Torhout: il concerto come forma rituale, il ritmo come struttura collettiva, l’uso di oggetti destinati a rompersi, la relazione tra arti visive, teatro e danza. Tutto sembra funzionare secondo una logica circolare e incompleta. In questa continua oscillazione tra costruzione e disfacimento il Padiglione Belgio si impone come una delle presenze più fisiche e rumorose di questa Biennale.

Padiglione Giappone

Ci sono molti modi per coinvolgere il pubblico dell’arte ed Ei Arakawa-Nash, che su queste strategie ha incentrato parte della propria ricerca, ne ha immaginato uno che non può lasciare indifferenti. L’artista queer, che esortava i visitatori a scarabocchiare su tutto il pavimento della Turbine Hall della Tate Modern di Londra, questa volta ci invita ad accudire un bambolotto di circa 5 chili. Ce ne sono 200 a disposizione nel Padiglione Giappone, ognuno ha un vestitino diverso, a ognuno corrisponde un componimento oracolare generato a partire dalla data di nascita assegnata e tutti indossano dei buffi occhialini da sole.

L’impatto può essere destabilizzante ma poi è difficile resistere alla tentazione di scivolare in questo strano gioco, quasi tutti si lasciano coinvolgere e qualcuno esagera e ne prende in braccio addirittura due. Lo spazio è anche attrezzato per il cambio di pannolino e per il biberon.

Ma al di là dell’aspetto vagamente creepy, ci sono un dato biografico e un aspetto sociale. Arakawa-Nash, nato nel 1977, è diventato padre di due gemelli nel 2024. In Giappone, Stato relativamente conservatore in materia di diritti LGBTQ+, il numero di nascite continua a diminuire da dieci anni, nel 2025 2,1% in meno rispetto al 2024, con 705.809 nuovi nati, inclusi anche quelli di cittadini stranieri e quelli di bambini nati all’estero da genitori giapponesi. La natalità è una questione complessa, sulla quale individuo e società possono trovare sempre nuovi modi per entrare in contrasto ed esprimere il dissidio tra cultura e natura. Arakawa-Nash entra nella questione ma con leggerezza, grazie a un atteggiamento naif che, a giudicare dal grado di coinvolgimento, funziona.

Padiglione Germania

Un attraversamento tra i diversi livelli di elaborazione di una storia frammentata e al tempo stesso ricomposta, di cui restano le rovine. Ruin, non a caso, dà il titolo al Padiglione tedesco. Qui Henrike Naumann, recentemente scomparsa, e Sung Tieu propongono un’organica crasi tra la dimensione individuale e collettiva attraverso un linguaggio rigoroso e una ricerca formale particolarmente apprezzabile per coerenza visiva, capace di tenere insieme pratiche molto diverse.

View of “Henrike Naumann and Sung Tieu: Ruin,” 2026, German pavilion, Venice. Photo: Andrea Rossetti

L’intervento di Sung Tieu riveste l’esterno del padiglione con un mosaico di tre milioni di tessere (tecnica scelta anche per il rimando alla storia dell’arte italiana) che richiama la Casa dei Girasoli di Rostock-Lichtenhagen, teatro del primo pogrom nella Germania post-riunificazione, intrecciando storia nazionale e biografia personale. All’interno, Naumann immerge il pubblico in uno spazio nel verde menta, lo stesso delle ex caserme sovietiche, proponendo un ambiente domestico e perturbante fatto di arredi, rilievi e frammenti.

Ne emerge un progetto solido che restituisce anche l’immagine di un Paese ancora impegnato in una ricognizione reale delle proprie fratture storiche e delle ricerche più significative tra gli artisti che lo rappresentano.

Henrike Naumann, The Home Front, 2026. Installation view, German Pavilion, Venice Biennale. Photo: Jens Ziehe

Padiglione Austria

Se i Leoni di questa 61ma edizione della Biennale d’Arte saranno assegnati dal pubblico, allora il Padiglione che si candida prepotentemente alla vittoria è quello dell’Austria di Florentina Holzinger, a cura di Nora-Swantje Almes. A memoria, file così lunghe, da pellegrinaggio mistico-religioso, non si erano mai viste. La coda prosegue davanti a tutta l’infilata degli altri Padiglioni e si svolge fino al ponte che attraversa il Rio dei Giardini.

Ogni tanto qualcuno perde la fede e si allontana sbuffando ma poi tutti si fermano a osservare e riprendere la performance della campana: una donna nuda, tranne che per le imbracature per l’arrampicata, sale una corda per arrivare a chiudersi nel guscio di bronzo tenuto in alto da una gru, appendendosi a testa in giù. La gravità fa il suo effetto sulla biologia umana, i capelli ricadono verso il basso, la pressione intracranica aumenta, causando un accumulo di sangue nella testa e una sensazione di calore al viso. Ma una campana deve suonare e anche questa, che è stata recuperata dai fondali della Laguna, non fa eccezione, solo che il batacchio è proprio il corpo della donna, che sbatte contro le pareti di lega metallica a un ritmo sempre più rapido. La preoccupazione serpeggia tra la folla ma la donna non ha mai perso padronanza del proprio corpo e riscende agilmente, con aria fiera.

Nata a Vienna nel 1986, Holzinger nelle sue opere ha sempre coinvolto performer donne, portando avanti la tradizione più estrema dell’Azionismo. La sua prima produzione operistica, Sancta, messa in scena nell’ottobre 2024 al Teatro di Stato del Meclemburgo a Schwerin dall’Opera di Stato di Stoccarda, includeva operazione di piercing, rapporti sessuali non simulati tra il cast e abbondante spargimento di sangue. 18 spettatori hanno avuto bisogno di cure mediche per forte nausea.

Quindi l’opera pensata per Venezia sembrerebbe addirittura una versione più soft della sua ricerca coreografica ma non è esattamente così. All’interno del Padiglione, che è sommerso d’acqua, altre azioni performate da donne integralmente nude: una guida una moto d’acqua come in un film d’azione, altre inscenano una Deposizione di Cristo, un’altra galleggia in una vasca alimentata dai residui organici dei visitatori. E a questo punto, anche rimanere un paio d’ore in fila sembra un sacrificio tutto sommato accettabile.

Padiglione Qatar

Una bella struttura temporanea progettata per l’occasione da Rirkrit Tiravanija, ispirata al tradizionale spazio di incontro qatariota del majlis, accoglie al suo interno il pubblico offrendosi come luogo di ritrovo e scambio. È un ambiente aperto e al tempo stesso domestico, accogliente, reinterpretato in chiave contemporanea e attivato dagli artisti invitati dai curatori Tom Eccles e Ruba Katrib.

Il progetto, fortemente multidisciplinare, concilia musica, cinema, arte visiva e culinaria, con l’intento di proporre un’esperienza partecipativa e conviviale, soprattutto per chi avrà la fortuna di assistere alle performance. Lo spazio si configura come un dispositivo in divenire nel quale prende spazio l’opera filmica di Sophia Al-Maria, quella sonora di Tarek Atoui, la scultura di Alia Farid, la proposta gastronomica di ascendenza mediorientale dello chef palestinese Fadi Kattan. Nessun senso è trascurato in questo padiglione, dove si è invitati a sostare, fruire, ascoltare e gustare.

Il padiglione temporaneo sorge ai Giardini della Biennale, nel sito destinato alla futura struttura permanente, progettato da Lina Ghotmeh – Architecture.

Padiglione Polonia

Alla Biennale i Paesi del mondo si confrontano attraverso quello che dovrebbe essere un linguaggio condiviso, l’arte, ma che tra i padiglioni finisce spesso per moltiplicarsi in accenti, contraddizioni e visioni inconciliabili oppure, al contrario, per appiattirsi in formule sovrapponibili.

Il Padiglione Polonia prova a spostare il discorso proprio sul terreno della comunicazione, trasformando il linguaggio, verbale, sonoro, corporeo, nel cuore stesso del progetto. Liquid Tongues degli artisti Bogna Burska e Daniel Kotowski, curato da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko e prodotto dalla Zachęta – Galleria Nazionale d’Arte, è stato selezionato attraverso un concorso pubblico e approvato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale polacco.

Il progetto costruisce un ambiente audiovisivo in cui gesto, voce, vibrazione sonora e movimento collettivo convivono come forme equivalenti di espressione. Un dispositivo immersivo che mette in discussione l’idea di una comunicazione dominante e lineare. Immersi in una sorta di acquario espanso, attraversato da onde sonore, immagini fluide e vibrazioni fisiche, l’esperienza si completa nello spazio di una percezione condivisa.

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