Siamo in Sicilia, per l’esattezza a Custonaci nel Trapanese, in cima a un balcone naturale che affaccia su Favignana. Ma in realtà potremmo essere su Marte. La terra rossa che calpestiamo è la stessa da cui origina il diaspro, il marmo pregiato meglio noto come breccia pontificia perché, nel Seicento, se ne è fatto largo uso nelle chiese di Roma e della Sicilia. Qui il paesaggio si apre tra le montagne e improvvisamente si spacca: una vena rossa attraversa la roccia come una ferita minerale. È il diaspro che emerge. Lo estrae Ducale Marmi, eccellenza guidata da Livio Casadei, a cui appartiene anche Kimano, brand che traduce la forza quasi allucinatoria del marmo nella scala dell’oggetto.
Il diaspro è al centro di un revival, ma la cosa più peculiare è il modo in cui Kimano gli si accosta: non cercando di domarlo, ma lasciandolo parlare. Alcune lastre vengono esposte quasi nude, come quadri astratti generati dalla geologia. «La Sicilia sta vivendo un momento di forte vitalità creativa», racconta Gabriele D’Angelo, art director del brand. «Esiste una nuova consapevolezza: il patrimonio materiale e artigianale dell’isola non deve essere trasformato in folklore o cartolina, ma può diventare linguaggio contemporaneo».
È da qui che nasce Manufacto, la directory della manifattura design oriented di Palermo aperta a tutta la Sicilia occidentale: un censimento in progress delle realtà produttive che uniscono alta competenza artigiana e vocazione progettuale. Più che un catalogo, una cartografia culturale. Manufacto prova infatti a riconoscere e a rendere visibile un ecosistema spesso frammentato ma già esistente: laboratori, officine, manifatture, designer, aziende e luoghi dell’ospitalità che hanno iniziato a guardarsi negli occhi comprendendo di appartenere alla stessa geografia.
La parola scelta non è casuale. Manufacto suona antica e insieme futuribile, come se parlasse di una manifattura che non rinnega la propria origine ma capisce che oggi il sapere tecnico, da solo, non basta più. Serve il progetto. Serve la narrazione. Serve soprattutto la capacità di trasformare una cultura materiale in identità contemporanea.
Del resto Palermo, nel design italiano, è un’anomalia storica. Lo ricordava lo storico Renato De Fusco parlando della Ducrot, la grande manifattura che tra fine Ottocento e inizio Novecento, grazie anche al dialogo con Ernesto Basile, riuscì a tradurre il Liberty in produzione moderna. Secondo De Fusco, la Ducrot anticipava già alcuni principi del design novecentesco: integrazione tra progetto, tecnica e manifattura. Anche per questo Palermo è stata uno dei luoghi precoci del design italiano, molto prima che il design italiano esistesse ufficialmente come disciplina. Oggi quella traiettoria sembra riemergere in forme nuove. C’era già stato Palazzo Butera, il grande laboratorio culturale voluto dai Valsecchi, a dimostrare che Palermo poteva tornare a essere piattaforma internazionale di cultura visiva. Ma ora il fenomeno si sta allargando alla produzione.
Tra le figure più emblematiche di questa rinascita c’è la designer palermitana Patrizia Italiano, che ha reinventato profondamente la tradizione delle teste di moro mettendo al bando il folklore. I suoi personaggi — venditori di fichi d’India, dongiovanni, polpari, figure senza occhi che però sembrano guardarti dentro — sono creature ironiche e quasi teatrali. Non oggetti decorativi, ma presenze parlanti. Nel suo lavoro, la ceramica siciliana non è più souvenir ma linguaggio simbolico. Le sue figure sembrano ricordare che il Mediterraneo, prima di essere uno stile, è stato una macchina narrativa fatta di scambi, superstizioni, racconti popolari e archetipi.
Poi c’è Officine Calderai, progetto di Martinelli Venezia, studio dalle radici palermitane e milanesi, che lavora da anni al recupero della tradizione degli stagnini, gli antichi artigiani delle latte e delle stoviglie. Qui il design non arriva per cancellare il mestiere, ma per offrirgli una seconda possibilità. Nel cuore di Palermo, il minuscolo e delizioso museo con cento oliere in latta si è dato da poco una doppia anima inaugurando una caffetteria-bistrot per cene pop-up. Un luogo ibrido dove memoria produttiva e vita contemporanea convivono senza nostalgia museale.
E ancora, c’è Diego Emanuele con Forward, studio di design e casa editrice che ragiona sul fatto che il design siciliano non vada cercato soltanto nel prodotto. «In Sicilia», spiega, «la cultura del progetto si è innestata profondamente anche nel vino, nell’ospitalità, nella grafica, nell’architettura. Il design qui spesso non è un oggetto, ma un modo di costruire identità». È una riflessione importante, perché racconta una specificità tutta siciliana: il progetto come infrastruttura culturale diffusa.
Dentro Manufacto entra anche il Charleston, storico ristorante bistellato di Palermo con la cucina di Giovanni Solofra e Roberta Merolli. Qui Patrizia Italiano ha progettato una collezione di ceramiche pensata per amplificare l’esperienza della degustazione. Santa Rosalia diventa un’alzata su cui poggiare una corona commestibile, il cibo dialoga con il rito e con il simbolo.
Intanto, dall’altra parte dell’isola, a Catania, Abadir — l’unica accademia a Sud di Roma specializzata in design — lavora con designer come Giulia Soldati su esperimenti che riportano il corpo e il tatto al centro dell’esperienza alimentare. Mangiare con le mani, riscoprire la dimensione sensoriale del cibo, trasformare la tavola in esperienza fisica e relazionale: anche questo è design. O meglio, è il segnale che in Sicilia la cultura del progetto sta iniziando a penetrare nei territori più diversi, alimentata da una rete non più informale di figure che hanno capito che la Sicilia non può più limitarsi a esportare immaginario. Deve tornare a produrre linguaggio attraverso la materia.
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