Antonio Marras, La Geometria del Caos, veduta della mostra, De Castelli, Milano, ph Daniele Notaro
Antonio Marras non cerca una meta ma vive la bellezza della scoperta. Per lui, l’arte, il design e la moda non sono solo progettazione ma un viaggio sperimentale nei materiali. Dal cemento “brutalista” che si fa leggero come un giunco sardo, alla ceramica che lavora dall’inizio alla fine, fino al metallo forgiato per la mostra visitabile fino al 31 maggio da De Castelli, a Milano, che ci offre nuovi oggetti iconici. Il suo processo creativo è sempre guidato dalla curiosità. Ne parliamo in questa intervista.
Io ti definisco un esploratore della materia. Quest’anno sei stato affascinato dal cemento e dal metallo.
«In realtà sono affascinato dalla materia in senso assoluto dove l’ignoranza tecnica diventa un’opportunità per superare i limiti. Che sia cemento, ferro, ceramica o stoffa, cerco elementi che abbiano una caratteristica fondamentale: la capacità di essere plasmati. Il tessuto è più facile, si adatta alle esigenze, si piega, si taglia e si cuce. Il cemento e i metalli sono diversi. Ma l’iter per arrivare all’oggetto finale è esattamente lo stesso. Magari non so ancora con quali mezzi ci arriverò, ma so perfettamente cosa voglio ottenere. È da questa urgenza che si sviluppa tutto il mio lavoro».
Ogni incontro con una materia diversa rappresenta una sfida. A partire dal tessuto come quella giacca dai rimandi orientali di cui abbiamo parlato…
«Il tessuto è la prima materia a cui mi sono approcciato, anche se in realtà io nasco “nei miei pasticci”, cioè dai disegni su carta, su tela, su qualsiasi superficie io possa imbrattare. Il mio lavoro consiste nell’essere catturato da frammenti e dettagli che poi sviluppo. Quella giacca ha effettivamente un rimando giapponese, ma nasce da una vecchia tappezzeria Liberty, trattata come se l’acqua l’avesse consumata nel tempo. Sono sempre attratto dalle culture diametralmente opposte alla mia. Ammiro ciò che è lontano. Questa distanza prospettica mi aiuta ad accogliere le cose, a catturarle, a stratificarle e a mescolarle per dare vita a ciò che si vede qui da Nonostante Marras, e non solo».
Uno dei tuoi ultimi progetti sono stati gli arredi realizzati con il cemento armato, che hai chiamato “Brutalismo dolce”.
«Sono sempre stato attratto dal cemento. Anche grazie a Giuseppe Uncini, un artista che adoro. Ho voluto provare a coniugare la pesantezza e la forza materica del cemento con i tondini di costruzione in ferro».
È da qui che nasce il concetto di “brutale dolcezza”?
«Esatto. È l’accostamento tra il cemento e questo ferro, che si muove come se fosse una sorta di giunco. Il ferro dona movimento a una materia che in apparenza è dura, spessa e pesante, ma che in realtà non lo è affatto. In quella stanza si respira un senso di grande leggerezza».
Giunchi sardi, insomma. Siamo sempre lì, all’origine di tutto il mondo Marras, la Sardegna. Canne al vento, come direbbe Grazia Deledda.
«Esattamente».
Anche il lavoro di quest’anno da Nonostante Marras era un racconto molto personale, che parte proprio dalle tue radici sarde.
«Sì, quest’anno il racconto partiva dalle vasche di Ciù Peppi di acqua naturale che per noi algheresi sono un rifugio durante le giornate di maestrale. Abbiamo pensato di trasferire quell’atmosfera. Da lì è nata la collaborazione con Jacuzzi, e poi le doghe realizzate con un’azienda spagnola che ricicla la lolla, l’involucro del chicco di riso. E ancora gli intrecci con i nodi, i tappeti, le ceramiche… La ceramica per me è un elemento importantissimo: mi permette di sperimentare cose ogni volta nuove. O meglio, che risultano nuove perché, essendo “ignorante” in materia, mi approccio alle cose senza i limiti e le barriere tipiche di chi conosce fin troppo bene le regole tecniche».
Quest’anno c’è anche un lavoro importante sui metalli con De Castelli dove c’è una mostra, La geometria del caos che durerà fino al 31 maggio.
«Avevo iniziato anni fa a lavorare con loro realizzando il progetto delle colonne all’università Statale di Milano per il Salone del Mobile, ma quest’anno il lavoro è stato molto più profondo e incisivo: letteralmente. Ho curato la direzione artistica del loro showroom in via Visconti di Modrone ed è stato bellissimo affrontare, tagliare, saldare e smaltare il ferro. Sono 23 opere, pezzi unici pensati, disegnati e dipinti realizzati con metalli diversi e lavorazioni speciali. E il risultato è La Geometria del Caos. Anche qui il viaggio è la cosa più importante; la meta è solo una tappa da cui ripartire per un’altra avventura. Non so mai quale sia la destinazione esatta, so solo che bisogna spostarsi, indagare, connettersi, toccare e mischiare le materie. Bisogna farle contaminare. Dalla contaminazione – così come succede tra i popoli – nascono sempre le cose più belle».
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