Categorie: Attualità

La missione culturale italiana nella New York contemporanea: intervista a Claudio Pagliara

di - 25 Maggio 2026

Nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura a Manhattan abbiamo incontrato il direttore Claudio Pagliara per una conversazione che esplora il ruolo cruciale della creatività italiana oltreoceano. Il dialogo parte dalle suggestioni della mostra Tutto Boetti per riflettere sulla dualità dell’essere umano e dell’arte. Al centro della riflessione vi è la consapevolezza di come l’Italia abbia ancora moltissimo da offrire: chi nasce immerso nella bellezza dei centri storici e dei capolavori del passato sviluppa una sorta di “modifica cromosomica” che spinge verso l’innovazione in ogni campo. In questo contesto, l’Istituto si pone come ponte verso una New York capace di riconoscere e valorizzare il talento dei nostri artisti, offrendo loro quel palcoscenico e quel merito che spesso faticano a trovare altrove.

Claudio Pagliara

Direttore, partiamo da una suggestione: qual è stata l’ultima opera d’arte che l’ha colpito?

«Pochi giorni fa ho visitato il Magazzino Italian Art accompagnato da Giorgio Spanu, che ne è il fondatore insieme alla moglie Nancy Olnick, e ho avuto l’occasione di vedere la mostra Tutto Boetti 1966-1993, dedicata a questo grande artista che, partendo dall’Arte Povera, ha ridefinito la mappa del contemporaneo. Mi ha colpito moltissimo.

In particolare, mi è rimasta impressa nella mia memoria un’opera strutturata su una serie di pannelli che esplorano il concetto di scomposizione: partendo da semplici quadratini, l’artista li fraziona progressivamente in due, tre e più parti. È un processo affascinante in cui i tasselli, moltiplicandosi, danno vita a nuove forme, creando una sorta di alfabeto visivo unico nel suo genere. Oltre al fatto che tutte le opere mostrano il suo concetto principale, che è la dualità che esiste nell’essere umano.

Per cui si va dall’asta che segna la neve a un’asta di bambù che lui ha fatto per misurare l’altezza delle sue opere, messe una vicino all’altra per far vedere che uno stesso oggetto ha una dualità molto forte. E chiaramente il messaggio è che ognuno di noi ha un aspetto duale che magari non mette in mostra ma esiste e agisce».

Alighiero Boetti, Ghise (Boetti), 1968. Cast Iron, 41 x 421_2 x 9 in. (104.1 × 108 x 22.9 cm) Courtesy of Magazzino Italian Art. Photo by Marco Anelli ©Alighiero Boetti by SIAE/ARS 2026

Restando su questo dialogo con la contemporaneità, come si traduce oggi il ruolo dell’Istituto nel frenetico contesto culturale di New York? Quali sono le linee guida dei vostri nuovi progetti?

«L’Istituto Italiano di Cultura fa parte della diplomazia culturale italiana, quindi è emanazione del Ministero degli Esteri, della direzione per la promozione del nostro Paese all’estero. Noi qui a New York viviamo in una realtà che è tra le più dinamiche del mondo dal punto di vista culturale. Quindi la nostra missione è portare cultura italiana a trecentosessanta gradi all’attenzione del pubblico americano che vive in questa città.

Abbiamo avviato un rinnovamento profondo, imperniato sulla partnership strategica con la Carnegie Hall per il programma United in Sound, dedicato ai 250 anni degli Stati Uniti. Questa sinergia si concretizza in iniziative di rilievo come la mostra su Enrico Caruso, il concerto Nick La Rocca & His Brothers sulle radici del jazz e il ciclo Italy and America in Dialogue, con musiche di Pizzetti, Castelnuovo-Tedesco e Bernstein. Un momento chiave è il debutto del Trio Hermes, prima collaborazione diretta tra IIC e Carnegie Hall a sostegno dei giovani talenti italiani.

La nostra offerta culturale si arricchisce inoltre con Sicilia 1954, Viaggio musicale, basato sulle ricerche di Lomax e Carpitella, il ritorno di Francesco Cavestri tra jazz e contemporaneità, e il programma educativo per l’infanzia Musicalisinasce di Claudia Calì.

Sul fronte della comunicazione, innoviamo il racconto dell’Istituto con la rubrica video Qui New York, in collaborazione con Italpress, e il podcast Zoom, un omaggio al giornalista Claudio Angelini».

Carnegie Hall

Sviluppare progetti in una città come questa impone anche un confronto con la sua evoluzione sociale ed economica. Dal suo punto di vista, New York conserva ancora quella linfa creativa e underground che l’ha resa un mito, o rischia di essere soffocata da una dimensione troppo mainstream ed esclusiva?

«Credo che New York sia un polo creativo e lo resterà a lungo per una ragione: la diversità delle persone che vi abitano. Qui ci sono, si calcola, circa 150 gruppi nazionali sui 193 Paesi rappresentati alle Nazioni Unite. Si parlano circa settemila dialetti e lingue. Basta immergersi nel Queens o a Brooklyn e si scopre che ci sono interi quartieri trapiantati dai paesi d’origine. Questa estrema diversità produce creatività, come produce bellezza.

Poi New York è una città molto competitiva. Chi viene qui all’inizio fatica moltissimo, però è anche una città che premia chi davvero ha qualità. È ancora una città che mette il merito al primo posto. Ovviamente è diventata molto cara, per un fenomeno iniziato negli anni Sessanta e che continua ancora oggi: la gentrificazione. Artisti giovani, ma anche molto bravi, si stanno trasferendo nel New Jersey, al di là dell’Hudson, dove nascono nuovi studi d’arte. A Soho ormai restano solo artisti super affermati e super ricchi.

Ma questo non toglie che la città continui a offrire spazio a chi crea, magari un po’ più lontano da Manhattan, ma sempre dentro quell’energia fatta di diversità e ricerca del valore che è il DNA di questa metropoli».

Veduta di 5 Pointz nel 2013

E cosa succede agli artisti italiani quando arrivano per la prima volta a New York?

«Vivono in condizioni che in Italia forse verrebbero definite inaccettabili, pagando cifre che in Italia darebbero luogo a posti meravigliosi in grandi città. Si divide la casa, si dividono le stanze, i letti, i bagni, la cucina. È molto difficile. È una selezione naturale: resistono solo quelli che davvero ne hanno le qualità».

In conclusione, guardando alla scena artistica globale: qual è, secondo lei, la vera specificità della ricerca italiana oggi? Esiste ancora un tratto identitario comune?

«Ciò che l’Italia ha ancora da offrire nel campo culturale è tantissimo. Mi piace dire che nelle nostre frequentazioni quotidiane ci imbattiamo continuamente nella bellezza: un centro storico medievale, una chiesa con affreschi incredibili, opere d’arte ovunque. Chi vive a Firenze, Venezia, Roma o Napoli nasce immerso in questa bellezza. E in qualche modo i nostri cromosomi si modificano e ci portano a essere creativi.

Siamo in grado di innovare in tutti i campi grazie a questo passato così illustre e prestigioso: il Rinascimento, ma non solo. Questo ci rende estremamente creativi nell’arte, nella musica, nel cinema. E qui a New York si ha la possibilità di dimostrarlo, forse più che in Italia, dove spesso l’artista non è riconosciuto, non è pagato, non è valorizzato come accade invece in altre parti del mondo e sicuramente qui a New York».

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