Categorie: Attualità

I lavoratori del Museo Reina Sofía di Madrid scioperano contro il precariato

di - 13 Giugno 2026

Il conflitto sindacale torna ad interessare il Museo Reina Sofía di Madrid. A partire da oggi, sabato 13 giugno, il personale esterno dei servizi di Accoglienza al Pubblico e Mediazione Culturale ha indetto uno sciopero a oltranza in risposta a una nuova riorganizzazione dei servizi affidati a società esterne che, secondo i lavoratori, comporterà una riduzione dei posti di lavoro e un peggioramento delle condizioni occupazionali.

La mobilitazione, promossa dal sindacato Solidaridad y Unidad de los Trabajadores – SUT insieme alle rappresentanze sindacali presenti nelle società appaltatrici SEDENA ed ESATUR XXI, coinvolge due aree fondamentali per il funzionamento quotidiano del museo: l’accoglienza dei visitatori e la mediazione culturale. Complessivamente, i due servizi impiegano attualmente 35 lavoratori.

Lo sciopero non rappresenta un episodio isolato. Si inserisce piuttosto in una vertenza che da oltre un anno interessa il principale museo statale spagnolo dedicato all’arte contemporanea. Nel febbraio 2024, il personale dell’Accoglienza al Pubblico e della Mediazione Culturale era già stato protagonista di una vasta mobilitazione in seguito alla temporanea soppressione del servizio di mediazione culturale, causata da un errore nella procedura di gara pubblica che aveva messo a rischio la continuità lavorativa di diciannove dipendenti. In quell’occasione, il personale addetto all’accoglienza aveva aderito allo sciopero in solidarietà con i colleghi della mediazione culturale, sottolineando come la fragilità di un servizio appaltato a terzi potesse rapidamente trasformarsi in una fragilità condivisa.

Quella crisi riportò all’attenzione un tema che da anni attraversa gran parte del sistema museale spagnolo: la dipendenza strutturale da imprese appaltatrici per lo svolgimento di attività essenziali nel rapporto con il pubblico. Nel caso del Reina Sofía, i servizi di mediazione, educazione e accoglienza dei visitatori sono stati affidati nel tempo a successive gare pubbliche e a diversi soggetti gestori, generando una situazione di costante incertezza per lavoratori la cui attività è indispensabile per l’esperienza quotidiana del museo.

Secondo il comunicato diffuso dai lavoratori, l’attuale vertenza è stata innescata dalla nuova gara d’appalto per il servizio di Accoglienza al Pubblico. La proposta prevede l’eliminazione di due posizioni per turno, una misura che potrebbe tradursi sia in licenziamenti sia in riduzioni dell’orario di lavoro e delle retribuzioni. Il personale denuncia inoltre che il servizio opera già oggi con risorse insufficienti per garantire un’assistenza adeguata a un’istituzione che accoglie circa 5mila visitatori al giorno.

Le richieste avanzate sono chiare: mantenere integralmente l’attuale organico, preservare gli orari di lavoro esistenti e garantire che eventuali cambi di società appaltatrice non comportino perdite occupazionali né un peggioramento delle condizioni di lavoro. Dietro queste rivendicazioni emerge una critica più ampia al modello d’appalto, percepito dai lavoratori come una fonte permanente di instabilità.

Il conflitto assume un significato particolarmente rilevante nel contesto di un’istituzione che negli ultimi anni ha sviluppato una programmazione fortemente impegnata sui temi del lavoro, della cura, dell’economia politica della cultura e delle forme contemporanee di precarietà. La contraddizione evidenziata dai lavoratori non è nuova: come conciliare un discorso istituzionale che incorpora la critica sociale con dinamiche occupazionali che, secondo le persone coinvolte, riproducono proprio quelle condizioni di vulnerabilità che il museo analizza nelle proprie mostre, nei seminari e nei programmi pubblici?

La situazione del Reina Sofía mette così nuovamente in luce una tensione presente in molte istituzioni culturali contemporanee. Mentre i musei ampliano il proprio ruolo come spazi di riflessione critica e produzione di conoscenza, una parte significativa dei lavoratori che ne garantiscono il funzionamento quotidiano continua a operare attraverso forme di impiego soggette alla logica delle successive gare pubbliche.

Lo sciopero che prende avvio il 13 giugno riapre quindi una discussione che va ben oltre il perimetro di una singola vertenza sindacale. Chiama direttamente in causa il modello di gestione delle istituzioni culturali pubbliche e il rapporto tra i loro discorsi programmatici e le condizioni materiali di chi rende possibile l’attività quotidiana.

In un museo che ha storicamente posto al centro delle proprie narrazioni il tema del bene comune e delle politiche del lavoro, la protesta dei suoi dipendenti ricorda ancora una volta che queste questioni non possono appartenere soltanto allo spazio espositivo, ma devono riguardare anche la struttura stessa dell’istituzione.

[L’articolo è stato pubblicato originariamente su exibart.es]

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