Kazuko Miyamoto, veduta della mostra, Galleria Alessandro Bonomo, Roma, 2026
Câè qualcosa di volutamente sottratto, nellâopera di Kazuko Miyamoto. Unâeconomia di mezzi che non si confonde con la povertĂ dâinvenzione ma che rivela, al contrario, una capacitĂ rara di fare molto con poco: un chiodo nel muro, un filo di cotone teso attraverso uno spazio, e la stanza cambia natura. Ă una forma del pensiero.
Allâinterno della Galleria Alessandra Bonomo a Roma, uno spazio con cui lâartista intreccia un legame che risale agli anni Settanta, ha inaugurato la mostra Dancing around the entrance to the cellar, prima personale dellâartista in galleria dal 2010. La selezione presentata comprende lavori su carta, opere in legno, fotografie e le String Constructions, la serie per cui Miyamoto è oggi celebrata a livello internazionale.
Nata a Tokyo nel 1942, Miyamoto è una figura di riferimento nei movimenti post-minimalista e femminista di New York, cittĂ in cui risiede dal 1964. La sua traiettoria biografica è giĂ di per sĂŠ una chiave interpretativa: arrivata in America come immigrata, studiò pittura allâArts Students League, poi si avvicinò al clima intellettuale del minimalismo newyorkese, quello dominato da figure maschili come Donald Judd, Carl Andre, Dan Flavin e Sol LeWitt, con cui collaborò a lungo nella realizzazione delle strutture in legno. Era il contesto di Manhattan al suo apice minimalista, fatto di linearitĂ , geometria, ripetizione e regole ferree.
Miyamoto abitò quel linguaggio senza però asservirsi a esso. Il suo stile combina il minimalismo formale con una messa in primo piano della mano dellâartista, inserendo un sottile e ironico commento sulla sicura mascolinitĂ dellâarte minimal. Ă una tensione che ricorda, per certi versi, quella di Agnes Martin o, in ambito letterario, quella delle scrittrici giapponesi che operano nellâinterstizio tra forma tradizionale e coscienza contemporanea, come Yoko Ogawa: superfici lisce, quasi anonime, che nascondono una profonditĂ emotiva e politica tuttâaltro che neutra.
Il nucleo della mostra romana gravita attorno alle String Constructions. Composte di onde bidimensionali e tridimensionali di filo, chiodi e linee disegnate, le installazioni intrecciano la nozione di collettivitĂ , performativitĂ ed effimeratezza nel loro impianto concettuale. Miyamoto stessa ha dichiarato che le sue costruzioni con i fili sono soggette al passare del tempo piĂš di quasi qualsiasi altra opera dâarte: sono assolutamente effimere. Câè in questa consapevolezza unâeco delle arti tradizionali giapponesi (il teatro NĹ, la cerimonia del tè, lâikebana) in cui il transitorio non è un limite ma la condizione stessa dellâesistenza estetica.
Il titolo della mostra, Dancing around the entrance to the cellar, rimanda a unâopera-chiave del percorso di Miyamoto: Archway to Cellar, una serie fotografica e unâinstallazione realizzata al MoMA PS1 nel 1978. I soggetti delle fotografie provengono dallâosservazione quotidiana del contesto socioeconomico di cui anche lâartista faceva parte: il quartiere marginale e povero del Bowery e del Lower East Side degli anni Settanta. Le immagini mostrano gli ingressi ai sotterranei sul marciapiede, che fungevano da depositi per i negozi (spesso gestiti da comunitĂ immigrate) e alludevano a condizioni che lâartista stessa, arrivata come immigrata, stava sperimentando direttamente. Danzare intorno a quellâingresso significa non entrarvi ma nemmeno ignorarlo: uno stare sulla soglia che è postura intellettuale prima ancora che fisica.
Le sue imponenti String Constructions, opere bidimensionali e tridimensionali composte da centinaia, talvolta migliaia, di chiodi e fili di cotone, come i suoi lavori successivi realizzati con corde di carta attorcigliate e kimono dipinti, trasmettono una forte presenza corporea nello spazio nonostante il loro carattere effimero. Quella corporalitĂ non è casuale: nellâatto continuo, meditativo e ripetitivo del martellare si sedimenta una tensione tra gesto e astrazione che avvicina il lavoro di Miyamoto a certi territori della musica minimalista.
Lâattenzione istituzionale degli ultimi anni (MADRE a Napoli nel 2023, MAO a Torino nello stesso anno, Belvedere21 a Vienna nel 2024, KW a Berlino nel 2025, dove è stata allestita la prima mostra personale istituzionale in Germania dedicata allâartista) è forse la correzione di unâingiustizia storiografica. Miyamoto era lĂ , negli anni Settanta, quando la storia dellâarte si scriveva. Semplicemente, non era nel posto giusto per chi quella storia la scriveva.
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