Extraspazio: non potrebbe esserci luogo più adatto per Stalker, collettivo itinerante che milita, dai primi anni ’90, nel contesto urbano.
Il nuovo spazio inaugurato da Guido Schlinkert, nella trasteverina via S. Francesco di Sales, lascia che le intenzioni traspaiano chiaramente dal nome, che allude ad uno spazio straripante (ex) e relazionale (tra). A plasmarlo è l’idea di una globalizzazione dal basso, genuina e poliglotta, contraria alla koinè omologante del pensiero unico.
Quale testimone migliore di Stalker per esprimere il concetto di un’arte allargata oltre il circolo elitario e vizioso della galleria? Space Experiences Archives raccoglie un’ampia documentazione degli interventi realizzati dal laboratorio nomade nei vuoti metropolitani: geografia invisibile di siti desolati e marginali, scovati tramite un’accurata ricognizione.
Come dimenticare l’esodo pionieristico lungo il Grande Raccordo Anulare, confine simbolico della città, attraverso luoghi sorprendentemente inurbani? (Il Giro di Roma, 1995). Tour sui generis in una zona franca, dove alla macchia si alternano i campi e le dimore abusive: territori attuali, nel gergo di questi esploratori alla ricerca di uno spazio alternativo a quello ufficiale. Il nulla che sembra dominare il paesaggio extraurbano si rivela, infatti, denso di stratificazioni. Qui confluiscono e si contaminano reciprocamente natura e artificio, generando un habitat complesso ed in continua trasformazione; un non-luogo che, proprio per la sua obsolescenza, può esaudire il suo autentico destino. L’attualità consiste, perciò, nell’ipotesi metamorfica del divenire “altro”.
A tale consapevolezza empirica e filosofica si richiama l’installazione, di un bianco purissimo, quasi fluorescente. Il candore intonso delle pareti è interrotto dalla scritta lapidaria: Stalker vende cara la pelle. L’insegna rudimentale, tracciata a matita, reclamizza la vetrina allestita per il pubblico: stivali, scarpe, cinture… tutto rigorosamente firmato Stalker! Commerciale, mediatico –vedi l’altoparlante che invita a fruire dell’offerta– o artistico, sempre di show si tratta. Il potenziale persuasivo della messa in scena è disattivato dalla proposta di una merce fuori produzione. Così l’oggetto desueto, datato, passé, assume la stessa valenza delle aree abbandonate di cui Stalker si proclama “guida e custode”. Non potrebbe essere altrimenti: allo sguardo meravigliato del visitatore occasionale, privo d’aspettative e mete prefissate, si associa quello “ecologico” del bricoleur, pronto a raccogliere e metabolizzare gli scarti di un branding. Che è sempre più insaziabile e cannibalesco.
maria egizia fiaschetti
mostra visitata il 28 ottobre 2004
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Guarda che non si tratta di demodè, ma di una vera ditta a nome STALKER che attualmente produce articoli di pelletteria e invitata per l'occasione dal gruppo Stalker, il vender cara la pelle non è tanto quindi un gioco di parole ma una posizione, per certi versi, nei confronti della galleria stessa...
Molto avanti (nel 1978)