Descrivere quella che fu, a detta di Vittorio Rubiu, una vita eroica, è cosa difficile. A raccogliere questa importante sfida è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che sceglie di celebrare il settantesimo compleanno mettendo in mostra la sua collezione di opere di Pino Pascali. Con l’obiettivo di rappresentare l’arte e il mito dell’artista pugliese; per fare il punto, con voce autorevole, riguardo l’intero suo percorso creativo. Ma questa riflessione è cosa complicata s’è detto, perché Pascali concepiva una mostra come un evento fluido ed irripetibile. Ne immaginava immediatamente il seguito, gli sviluppi possibili così come le obiezioni eventuali. Un’opera aperta si, ma fortemente unitaria, variabilmente ricreabile -emblematica in questo senso la titolazione 32 mq di mare circa– ma intensamente consequenziale e autobiografica.
La storia di Pascali comincia attorno alla metà degli anni Cinquanta, quand’era impegnato ad assorbire il magistero di Toti Scialoja, come pure la pratica e i vissuti glamour del mondo televisivo. Ma la vera svolta per il Pascali artista e non più soltanto scenografo data al 1965, anno della sua prima personale presso la Galleria La Tartaruga. I grandi pezzi plastici prodotti in precedenza furono distrutti. Questa mostra si inseriva nell’intensa programmazione del gallerista Plinio De Martiis, tesa ad affermare un’intera generazione di giovani artisti: da Schifano a Kounellis sino a Festa. Pascali proponeva però un fare più ironico e leggero rispetto ai coetanei, dove tematiche come il sesso e la classicità venivano trattate con gusto della parodia e sentimento ossessivo e amplificato, tipico del mondo contemporaneo.
A De Martiis non piacquero i cannoni e le armi, esposti subito dopo da Sperone e da Sargentini, che segnarono invece un momento fondamentale dell’operare di Pascali confermandone e ampliandone il successo. Anch’esse, come alcune delle opere precedenti, sono definite nella forma leggera di assemblaggi di materie disparate, ma dai contenuti metaforici densissimi, ironici e allusivi. Questo importante momento dell’opera di Pascali risulta completamente assente nella collezione della GNAM. Di fatto invece il resto della produzione -la riflessione sugli elementi naturali, sulle strutture primarie, sul mondo patriarcale contadino come sui materiali poveri- è complessivamente bene rappresentato. Molto interessante, inoltre, lo spazio dedicato alla poco conosciuta produzione fotografica. Pino Pascali ci ha lasciato poco più di un centinaio di opere, è vero. Ma sono opere che pesano molto sugli sviluppi della storia dell’arte italiana e che ci restituiscono, se viste nella loro interezza e necessaria consequenzialità, la statura di un artista incredibile, punto di riferimento per molti e -non a caso- amatissimo dalle giovani generazioni.
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