I numeri sono come le parole: sono elementi già dati e offrono molteplici possibilità combinatorie. Si prestano ad una rappresentazione visiva, ma allo stesso tempo sono materia prima della progettazione artistica. Sembra che da queste affinità Mel Bochner (Pittsburgh, 1940) abbia tratto non poche soluzioni, in linea con le sperimentazioni del Concettuale storico, di cui è sicuramente uno degli esponenti di maggior rilievo. Basti pensare alla mostra da lui curata nel ‘66, dall’emblematico titolo Working Drawings and Other Visible Things on Paper Not Necessarily Meant to Be Viewed as Art, che prevedeva non opere, bensì progetti su carta, cui era affidata pari dignità artistica (recentemente un’importante retrospettiva a Chicago lo ha celebrato mettendo al centro della sua opera proprio il ruolo del linguaggio).
O ancora, è facile pensare alle numerose Misurazioni (Measurements) tra gli anni ’60 e ’70, a proposito delle quali Bochner affermava “Il metro non dice che la cosa che misuriamo è lunga un metro. Qualcosa va aggiunto al metro al fine di affermare qualcosa circa la lunghezza dell’oggetto. Questo qualcosa è puramente mentale ed è una assunzione”.
Le opere più recenti, esposte oggi nella galleria romana, mostrano come l’indagine sulle convenzioni non si sia affatto esaurita. Sul pavimento della galleria campeggia la dimostrazione del teorema di Pitagora, realizzata grazie a piccoli pezzi di cotizzo, vetro colorato di Murano. Nella sala adiacente una successione di fiammiferi sembra rispondere ad un principio estetico che si rivela invece anch’esso matematico. Ad irrorare questa rigorosità ci pensa il colore, un blu intenso e carico di spiritualità. Il compito di conferire una dimensione emozionale alla freddezza del calcolo, è affidato proprio alla tinta turchese.
Inoltre le tele composte da griglie numeriche, apparentemente frutto di una logica consequenziale, tradiscono, ad un esame attento, una scelta tutta arbitraria della successione numerica, che trasforma l’elemento oggettivo in una combinazione dettata dall’estro dell’artista. L’astrazione matematica trova confronto con la matericità della pittura e la resistenza del vetro, secondo un principio dialettico insito –come sottolinea lo stesso artista– nel significato latino di calculus, sassolino. E se quel qualcosa di puramente mentale richiama le prime esperienze concettuali, la luce e il colore parlano italiano e si rivelano un omaggio a Lucio Fontana, grazie al quale Bochner scopre il vetro blu. Se poi tutti i calcoli portano al cinque, o ai multipli di cinque, è perché cinque sono le dita di una mano. E il digitus latino –da cui digit, numero in inglese- è l’espediente per riportare l’infinito numerico ad una dimensione umana. E così, far quadrare i conti.
alessandra troncone
mostra visitata il 28 marzo 2007
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Superlativa, profonda,intrigante l'installazione di pietre blu!
Peccato che l'abbia già pensata un tale Pitagora 2500 anni fa!