Roma, più che registro di un luogo attraversato, è il diario di viaggio tra le pieghe di un livello sotterraneo del territorio umano, individuale e collettivo. Al centro vi è una umanità spinta al limite della propria nudità interiore, naturale e dunque mai volgare, dove stereotipi e convenzioni rappresentative potrebbero scivolare via come maschere leggere. Catalizzato da Julia, compagna di viaggio e perno della visione, che ci fissa in un ritratto implacabile al centro dell’allestimento, Petersen entra nelle case, scende nel cuore delle strade, i bar, lo zoo, ascolta corpi, storie, gesti, espressioni. I dettagli spinti delle inquadrature, la generosità umana concessa e che continua a scorrere pulsante sull’immagine sono prove di una intimità ricercata, conquistata tra le parti e non scontata. E anche la verità cruda e vivida di dettagli oggettuali, pesci pescati, pezzi di carni da macello, vecchie auto dai vetri oscurati, statue corrotte dal tempo sembra voler contribuire ad una precisa e coerente atmosfera umana, localizzata eppure universale. Perché quello che esce da questo reportage sono intuizioni di ambienti interiori, carpite da un contesto specifico, ma del tutto trasversali.
La sequenza di montaggio assolutamente non casuale è la matrice di una tessitura di racconti ipotetici, che stanno sul filo tra narrazione di esperienze e allucinazione di chi osserva. Contraddizioni alluse e affinità rivelate, entrambe inattese, è questa la relazione dialettica che dà il ritmo al racconto.
Petersen prosegue qui una ricerca coerente per linguaggio e orizzonti della quale è esploratore, interprete, protagonista sin dagli esordi. È la medesima indagine che nel 1978 porta alla pubblicazione di Café Lehmitz, la raccolta di immagini realizzate nel bar del quartiere popolare di Amburgo, ritrovo di prostitute ed emarginati, una accogliente famiglia di esclusi della quale Petersen entra a suo modo a far parte. Seguono le prigioni, gli ospizi, i manicomi, i sobborghi popolari, “luoghi comuni” della fotografia sociale scompaginati da una coscienza ribelle che abolisce il giudizio e, se talvolta si lascia scivolare nell’esperienza in atto, è perché ha saputo riconoscerla e riconoscersi in essa, da abile equilibrista, senza mai compromettere il valore documentale della ripresa.
di Elisa Govi
Dal 20 settembre al 28 ottobre 2012
Anders Petersen. Rome, a diary 2012
a cura di Marco Delogu
Macro – Museo di Arte Contemporanea di Roma
Via Nizza 138 – (00198) Roma
Orari: martedì a domenica 11-19 e sabato 11-22
Info: tel. 060608, 06 71070400, macro@comune.roma.it
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