Un breve soggiorno a Roma per preparare il lavoro, durante il quale Kiki Smith ha cercato e recuperato mobili di riciclo, panche e sedute per ospitare pose di stupore e meraviglia colte nel quotidiano.
Da sempre la sua arte combina senza soluzione di continuità disegno, scultura, fotografia, video, gioielli, costumi e qualunque materiali soddisfi il suo scopo. Dalla potenza del sangue all’evanescenza del cristallo, dalle foglie d’albero alle scatole di legno usate come ready made. Per la personale da Lorcan O’Neill l’artista giostra il percorso delle sue donne tra scultura e disegno su carta di riso, accanto a lievi collage su carta nepalese e bronzi sdraiati sui banchetti dipinti dalla sua mano minuziosa con stencil di fiori a tredici petali.
La scultura The Guard all’ingresso porge al visitatore un mazzo di fiori. La seconda donna argentea -di alluminio e spray per la cromatura delle macchine- sembra invece vegliare sull’intera mostra e arriva qui, come altre sculture in porcellana, dalla precedente installazione alla Fondazione Querini Stampalia.
Il prossimo evento è una grande personale nel nuovo museo De Young di San Francisco progettato dagli architetti svizzeri Herzog & de Meuron, che si aggiunge alle più importanti collezioni del mondo che già ospitano il suo lavoro, inclusi il MoMA di New York, il Centre Pompidou, il Guggenheim, la Tate, il museo Ho-Am di Seoul, oltre a numerosi spazi tedeschi e svizzeri.
Se un tempo raffigurava un legame profondo con gli animali e le dolorose perdite private, qui Smith distoglie lo sguardo dall’orrore di alcune violenze e abbandoni e assottiglia la ricerca sulla vita. Dimentica alcuni stati di espressione feroce che dipingevano lo stato selvatico della natura e la paura di morte imminente, e accentua -anziché compassione e pietà- uno stato di devozione, attesa e contemplazione.
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raffaella guidobono
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