Che l’architettura sia innegabilmente inserita tra le forme d’arte –nel presente come nella storia dell’arte- è cosa nota. Così come il fatto che il successivo distacco tra le arti visive e l’architettura sia stato spesso superato nei lavori delle ultime generazioni. Numerosi sono gli artisti che, in quest’ottica, spingono le loro ricerche al limite tra arte, antropologia e analisi sociologica. Il lavoro di Michael Herrman –architetto, artista e attualmente borsista all’American Academy di Roma– si mostra proprio come sintesi di queste molteplici sfaccettature. L’arte, per mezzo di un’articolazione architettonica, assume un carattere pubblico attraverso lo studio dell’atteggiamento più intimo dell’essere umano, quello relativo al suo rapporto con il divino. Così la scelta del cortile di Sant’Ivo alla Sapienza per l’installazione Nomadic Spaces raccoglie il sé il senso del collettivo (la piazza) e del sacro.
Al centro del cortile, Herrman pone una struttura in alluminio al cui interno ha costruito una cupola in resina di poliestere sulla quale vengono proiettate immagini scattate in diversi luoghi sacri del mondo. Chiese, templi o sinagoghe si fanno espressione delle differenti identità che potrebbero far vivere quella piccola piazza. Prende corpo, in tal modo, una metamorfosi strutturale che rimarrebbe altrimenti soltanto ipotetica, perché legata al vissuto e il sentire di chi vi si riunisce.
Il progetto nasce dall’osservazione delle comunità straniere che, prive di un edificio di culto, si radunano negli angoli dalla città, trasformandoli per la durata della loro preghiera. Così Herrman ha costruito i portable prayer spaces, spazi di preghiera portatili.
La forma della cupola si pone in una posizione di continuità stilistica con l’architettura che la circonda, ma il materiale traslucido di cui è fatta tradisce, non solo l’evidente contemporaneità formale, ma anche un concetto di transitorietà ambientale e influenza migratoria.
Anche se, in virtù di una coerenza di ricerca di cui anche quest’ultima opera è frutto, Herrman ha scelto di centrare la propria attenzione sul coinvolgimento emotivo dei fedeli, l’installazione apre la via ad una più ampia idea di vivibilità e trasformabilità dello spazio pubblico, che si lega all’emotività di chi lo transita. A Roma –dove durante la scorsa Notte Bianca l’artista aveva installato una vera e propria chiesa portatile davanti a Santa Anastasia– come a Parigi o Madrid, già coinvolte in queste “mutazioni urbane”.
federica la paglia
mostra visitata il 21 novembre 2005
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