Giuseppe Tubi, pseudonimo fantastico d’ispirazione disneyana, è un artista figlio della rivoluzione tecnologica. Lo spazio simulacrale del computer, che induce un atteggiamento mutevole come il flusso caotico dei pixel, diventa teatro di una fiction destinata a soppiantare definitivamente la realtà.
Il monitor è, a suo modo, cornice ideale della propria auto-rappresentazione, in forme plasmate, di volta in volta, sulle dinamiche dell’interfaccia informatica. Giuseppe Tubi esprime la tendenza, sempre più diffusa, alla frammentazione dell’io contemporaneo nell’essenza polimorfa del digitale: nella sua dimensione spettacolare, è possibile, infatti, estraniarsi da se stessi e vivere la catarsi, o l’illusione di un’identità altra. Chat, blog, forum sono fitti di esternazioni e scambi che non sembrano trovare riscontro nella comunità “reale”. Perché mostrarsi, vincere la timidezza e l’auto-censura, quando ci si può fabbricare un io immaginario, impastato di fibre ottiche e codici numerici?
La virtualità ha consentito la materializzazione di sogni, proiezioni, desiderata, altrimenti irrealizzabili. Al tempo stesso, li ha confinati nell’aura evanescente dei byte. Dunque, è reale ciò che si presenta nella veste convincente dell’immagine: come dire che il duplicato ha definitivamente sostituito l’originale.
Così, alla prefabbricazione della coscienza collettiva, sembra far cenno questa mostra. Look raccoglie la seconda parte del suo progetto relativo alla moda, presentato per la prima volta nel ‘99 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Le stampe digitali su carta mostrano le sequenze di una sfilata, in cui protagonisti sono i corpi diafani delle modelle. La loro leggerezza, il fruscio degli abiti, il passo cadenzato sono resi perfettamente tramite l’elaborazione informatica, sino alla distorsione luminosa, che le scarnifica ulteriormente. Sono un fantasma, come l’identità che si cela dietro la patina estetizzante delle loro pose manichine. L’ars combinatoria e metalinguistica del computer, molto apprezzata da Tubi, non è applicata, però, in modo acritico e meccanico. Accanto all’esaltazione delle sue proprietà manipolatorie, vi è, infatti, la consapevolezza del suo impatto de-realizzante. E le modelle si trasformano in automi, simili ai fantocci di Tony Ousler. Già pronte per una nuova mise en scène
maria egizia fiaschetti
mostra visitata il 4 gennaio 2005
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