L’urbanistica come organizzazione preventiva di future imprevedibili necessità funzionali è una scienza discutibile, ed ormai in cerca di radicali trasformazioni. L’esperienza di Studio Asse ripropone all’attualità le potenzialità di una via diversa; un’alternativa con radici molto più profonde di quanto possa apparire.
Di immediata percezione, nell’ammirare gli immensi modelli plastici e grafici esposti, è la dimensione urb-architettonica della ricerca svolta nel progettare lo SDO, il Sistema Direzionale Orientale previsto nel Piano Regolatore di Roma del ‘62, dove localizzare, su un territorio dieci volte più grande di qualunque simile sviluppo realizzato in Italia, uffici e ministeri. Un metaprogetto architettonico in scala urbana, in contrapposizione ai correnti scialbi piani urbanistici.
Superba teoria non realizzata, questo lavoro di un elite culturale italiana –basti citare i nomi di Zevi, Passarelli, Morandi, Quaroni, Fiorentino– spontaneamente riunitasi per autocommissionarsi il progetto-ricerca, esplorava coraggiosamente i confini estremi delle convinzioni urbanistiche. La radice organica di uno sviluppo urbano tridimensionale amplificava la modernità dei maturi strumenti progettuali razionalisti, in un magnifico incontro di menti creative. Ma purtroppo è più facile volare basso, e la recente storia dello sviluppo urbano sembra la cronaca di una morte annunciata.
In architettura le provocazioni delle avanguardie radicali hanno generato una nuova estetica dell’habitat. Dopo tante brutture –pessime realizzazioni di magnifiche idee- la maturazione delle potenzialità tecnologiche ha trasformato sogni visionari in edifici da copertina: l’architettura come punta di diamante dell’arte contemporanea.
In scala urbana questa maturazione e riscoperta non è ancora avvenuta. Il disastroso insuccesso di brandelli malrealizzati di urb-architettura (lo Zen, Corviale, le Vele) sembra aver sepolto le potenzialità evolutive della città tridimensionale. Ed intanto le banlieu bruciano, il centro storico degenera, e le distese di orribili edifici a tabernacolo amplificano gli sprechi.
Grande attenzione sui media è stata data ai recenti scontri rivoltosi nelle periferie francesi. Cronaca di un attacco all’egoistica società occidentale, e del processo che ne è seguito. Sul banco mediatico degli imputati, la società rea si è eretta a giudice, ed ha processato i sintomi del problema: l’immigrazione, la disoccupazione, l’architettura. Teatro della rivolta, le città dormitorio brutte e ghettizzanti intrecciano la loro evoluzione con quella della società che le produce. Eppure tra le arti, l’architettura sarebbe quella che dovrebbe riuscire ad andare oltre il ruolo di denuncia, e fornire soluzioni tanto visionarie quanto pragmatiche.
Un interessante dibattito è intercorso su L’Espresso tra Fuksas e Gregotti sui problemi degli insediamenti urbani megastrutturali. Argomentazioni intelligenti e interessanti, che sul finale lasciano alquanto sconcertati. Partite da istanze di carattere pubblico e sociale, le posizioni dei dialoganti si inaspriscono nel discutere questioni di forma: sono meglio le città impostate sull’angolo retto o quelle ispirate alla leggerezza delle nuvole?
Viene da pensare che finché lo scontro rimarrà relegato alla dimensione individuale, all’affermazione modaiola di singole poetiche architettoniche, l’unica possibilità evolutiva della città rimarrà quella dell’autodeterminazione. E non sarà facile difendersi dal reazionario ritorno di insostenibili modelli nostalgici.
Si cercano soluzioni. A Roma qualcosa si muove. La recente mostra su Paolo Soleri e il contestuale workshop di progettazione urbana; la celebrazione al MAXXI di Giancarlo De Carlo – insieme alla riscoperta del Team X al NAJ di Rotterdam; ora la mostra su SDO e Studio Asse, ed il contestuale convegno. Si rispolvera la dimensione urb-architettonica, ma in una visione più umana che funzionalista. Aspettiamo con ansia la tavola rotonda, e le conclusioni di Aldo Loris Rossi, che a giudicare dal saggio a catalogo, promettono un’iniezione di verve.
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