Pochi colori, declinati in velature veloci. Per ottenere così tutte le trasparenze della pelle, le consistenze della carne. Il corpo umano con le sue torsioni, i suoi ripiegamenti, le sue posture come atti psichici immediati. Il corpo come coscienza etica e riflessione politica sul proprio tempo attraverso la pantomima di gesti insensati, che pure rendono chiara la percezione di quel corpo. Colpisce subito la sensibilità all’aria delle masse muscolari quasi senza pelle, questo arrossamento epidermico che è intensità visiva, questa nudità antiestetica che è lo sguardo di una lacerazione corporea. Un corpo di sangue aeriforme che diventa corpo consapevole.
Lo spazio piccolissimo della galleria Container, accoglie due tele di grande formato di Alessandro Bellucco (Torino, 1970), che per questa occasione si è confrontato con due capolavori dell’arte contemporanea: La danza e La gioia di vivere di Henri Martisse. Due tele, quelle del maestro francese, che azzerano lo spessore visivo della forma e del dettaglio figurativo, rendendo il senso del flusso vitale in un’essenza di intensità cromatiche fortemente purificate. Una pittura di colore e di istantaneità, quindi, quella ripresa da Bellucco per la sua analisi impietosa del corpo contemporaneo. Le due tele schiacciano l’osservatore riversando su di lui i corpi dipinti con acume e parsimonia di dettaglio. Bellucco riprende le posture dei due capolavori, le inserisce in uno spazio assente che è il bianco deflagrante della tela, e sostituisce la descrizione essenziale e “musicale” di Matisse con un’analisi dettagliata delle anatomie. L’energia inarrestabile del flusso vitale di Matisse si completa con la pulsione di morte nel disfacimento del corpo di Bellucco, colto in un movimento che lo disintegra.
A completare quella che non è un’esposizione di sole tele, ma un’istallazione che coinvolge tutto lo spazio della galleria, un tappeto d’erba (finta, purtroppo) su cui vengono giornalmente disperse margherite in seguito calpestate dal passo dello spettatore. Essitam/Matisse, il titolo della mostra, conferma l’idea del ribaltamento concettuale che racchiude l’intera operazione. Un ribaltamento che riflette sul rivivere della vita nei corpi, in relazione a quel complicato processo di conoscenza/controllo che è la base dell’edificazione del sapere occidentale.
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