Il cigolio dei treni sui binari della Stazione Termini arriva ovattato nell’Ala Mazzoniana. Sembra piuttosto di sentire un nitrito lontano di cavalli, insieme al suono sordo degli zoccoli sull’erba. Le fotografie di Franco Zecchin (Milano, 1953), quaranta in tutto, raccontano un frammento della vita di tutti i giorni dei Cavalieri della Mongolia, pastori nomadi che discendono da Genghis Khan. Con lo stesso rigore con cui ha documentato per anni a Palermo i crimini di mafia e le ingiustizie sociali -dal 1975 al 1988 ha collaborato con il quotidiano “L’Ora”- il fotografo ha osservato con attenzione le popolazioni nomadi in tutti i continenti. La sua lunga ricerca, che è iniziata nel 1991 tra i Touareg del Sahara, in Algeria e Mali, è proseguita in Mongolia, dove Zecchin ha attraversato per un mese l’Aimak centrale spostandosi di accampamento in accampamento. “I nomadi non hanno una storia, hanno solo una geografia… ” – scrive il fotografo milanese nelle pagine del catalogo – “Non ci sono alberi, c’è solo erba in questo grande spazio ventoso; l’orizzonte si espande sulle colline e montagne lontane. Il sibilo gelido del vento, il richiamo dell’aquila che volteggia nel cielo immenso si alternano a silenzi rarefatti, rotti soltanto dal canto del cavaliere che è già lontano, ha cambiato di nuovo il cavallo, già il terzo della mattinata.”
Il suo racconto fotografico parla prima di tutto del lavoro: la mungitura, la doma, l’allevamento, la caccia. Anche l’economia delle popolazioni nomadi di questa parte di mondo è fondata sull’allevamento degli animali -soprattutto cavalli, capre e cammelli- che orienta le loro migrazioni stagionali. A questi momenti -nelle foto in bianco e nero dai contrasti morbidi- si sovrappongono quelli più intimi sotto i “ger” (o “yurta”), le capanne rotonde di feltro bianco sostenute da un’armatura di legno, dove ci si riunisce per mangiare insieme la carne secca di pecora fatta bollire, le tagliatelle e il formaggio sorseggiando il tè con il latte leggermente salato e l’“arkhi” (alcol prodotto dalla fermentazione del latte di giumenta). Si coccolano i bambini più piccoli, si fuma tabacco dalla pipa e ci si racconta la giornata appena trascorsa. La giovane donna che guarda i suoi figli oppure offre l’arkhi sotto la tenda è Mamma Tolghor, mentre l’uomo a cavallo che guada il fiume Tuul è Pantzrakch. Due generazioni a confronto: il nonno Ocrbatr è ritratto insieme al nipote, il baby Choksom.
E’ difficile prevedere il futuro per chi è abituato a vivere un quotidiano pieno di incertezze. I Mongoli, come tutti i nomadi della terra, combattono non solo per assicurarsi la sopravvivenza materiale, ma per salvaguardare la propria identità sociale ed etnica. “I nomadi di oggi rischiano la loro crisi più grave sotto la pressione delle amministrazioni sedentarie” -scrive ancora Zecchin- “Il non riconoscimento dell’importanza della cultura e dell’economia delle società nomadi ha portato, nel corso della storia, alla eliminazione fisica o alla radicale trasformazione di interi popoli ed etnie.”
manuela de leonardis
mostra visitata il 27 aprile 2005
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