Un popolo di guerrieri (uomini e donne) e di abili cavalieri. Sono i Sarmati, antichi signori delle steppe a sud del Volga, vissuti dal VII secolo a.C. al IV secolo d.C., ai confini settentrionali del mondo ellenico romano, nelle terre che vanno dal Danubio fino ai monti Altai. Si dividevano in vari gruppi tribali che le fonti storiche hanno suddiviso in Rossolani, Iazigi, Siraci, Alani e Aorsi.
Acerrimi nemici dell’Impero Romano nei primi secoli dopo Cristo, i Sarmati contribuirono alla caduta della frontiera orientale dell’Impero e al sacco di Roma, nel 410 d.C. Dediti alla pastorizia, vivevano all’interno di carri o in capanne costruite in legno e ricoperte in feltro ed erano costantemente in viaggio, alla ricerca di pascoli migliori. Ottimi arcieri, utilizzavano un piccolo arco, che portavano insieme alle frecce, in una stessa faretra.
Non hanno lasciato testimonianze scritte e portavano dietro con sé tutto, ad eccezione dei morti, che venivano seppelliti in grandi tumuli, i “kurgan”, nelle steppe tra la Siberia ed il Mar nero. Quando moriva un principe, la moglie, i parenti di sangue (esclusi i figli) e i cavalli erano anch’essi inumati con lui. Venivano ricoperti di gioielli, tra cui appliques di varie forme e dimensioni che venivano cucite sui vestiti e sulle scarpe in feltro o in cuoio. Gli oggetti in oro, argento e bronzo, sono stati portati alla luce nel corso degli scavi eseguiti a partire dagli anni ’80.
La mostra, a cura di Gian Luca Bonora, si snoda su un percorso di sette sale. La prima è dedicata alla città di Astrakhan ed al suo ambiente naturale, nel delta del Volga. La seconda e la terza sala ricostruiscono la storia dei Sarmati, attraverso le testimonianze delle fonti classiche.
Nella quarta sono esposti i reperti della necropoli di Solenoe Zaymische; qui e nella sala successiva abbondano gli oggetti che ritraggono degli animali: alci, cervi, bovidi, felini e grifoni. Particolarmente affascinanti il vasellame in argento e le ciotole dall’impugnatura a forma di pappagallo, oltre alle fibbie di varie foggie. La vetrina centrale della quinta sala riporta la ricostruzione di un abito principesco maschile, ornato da centinaia di appliques zoomorfe cucite sul tessuto. Nell’ultima sala infine, sono esposti dei reperti che risalgono ai primi tre secoli dopo Cristo, tra cui la ricostruzione dell’abito di una sacerdotessa.
La mostra è stata organizzata grazie all’iniziativa della Fondazione Internazionale Accademia Arco, un ente italo-russo presieduto da Larissa Anisimova, che ha come scopo la diffusione della conoscenza del mondo asiatico, in collaborazione con la soprintendenza speciale per il polo museale romano diretta da Claudio Strinati e i musei di Astrakhan.
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consuelo valenzuela
mostra visitata il 10 maggio 2005
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