Tante foto, in un rigoroso bianco e nero, e un soggetto soltanto: il corpo femminile. Che però, organizzata in suo onore la festa, ne combina –neanche a dirlo– di tutti i colori.
Gilles Berquet (classe 1956; dagli anni ’80 espone in Europa, Giappone, Stati Uniti) sbarca a Roma senza fare sconti, con l’erotismo della sua donna incontenibile che lascia poco spazio al fraintendimento. Portata a spasso per i boschi come un semidio assetato, messa a tu per tu col muso nero di un pitbull o con i più astrusi parafernalia porno, la protagonista di queste nitide apparizioni è ovunque –tremendamente– a suo agio. Mai un ammiccamento o una posa leziosa: né mentre abbraccia nuda un grande albero, né mentre è alle prese –la naturalezza di adorabile belva è la stessa– con l’armamentario sado-chic più mirabolante.
Poche storie, insomma: il piacere è davvero tutto suo. Lo spettacolo dei sensi mette in scena da sé la propria pienezza, persino quando la grammatica è quella fetish o laddove l’accelerazione bondage lascerebbe presagire un parossismo compiaciuto che, invece, arriva semplicemente quando arriva.
Sguardi dolci e spietati, qualche volta provati, comunque indomabili. L’uso perentorio della luce sembra allontanare il sospetto di un qualche maschietto posizionato altrove, magari poco fuori l’inquadratura, come un deus ex machina qualsiasi. Per non parlare, poi, del pissing: vero leitmotiv di questa collezione di dee libere e belle, e per giunta esultanti.
Cartoline –tutt’altro che patinate– dell’ebbrezza, trionfi con tanto di zampillo, spesso impeccabili e senza un serio impianto narrativo. Non una poetica del corpulento, né –tanto meno– uno sguardo pruriginoso sui soliti vizi di un’aristocrazia pallida e insonne: a salire (in piedi) in cattedra, qui, vestito quasi sempre di sole scarpe, è l’eterno femminino. Di che scandalizzarsi, dunque?
Siamo lontani, a ben guardare, tanto dalla statuaria di Robert Mapplethorpe quanto dal voyeurismo per partizioni sceniche di Helmut Newton e di Roy Stuart: semmai, un eros tanto insopprimibile ce l’ha raccontato la fotografia di Pierre Molinier. Ed è in effetti una donna diversa, più scabra eppure più sofisticata, una donna –a ben guardare– dannatamente europea, la creatura liberata e celebrata –e rincorsa, fin nei suoi spiragli più segreti– dall’occhio fanciullo di Gilles Berquet.
Lo rivelano, guarda un po’, i capelli: quell’acconciatura inequivocabile e –a dirla tutta– irresistibile. Questione di gusti, certo.
pericle guaglianone
mostra vista il 18 febbraio 2005
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