Nell’immaginario collettivo, il fotoreporter è quello che al collo ha perennemente appesa la macchina fotografica, con la cicca incollata sulle labbra, la camicia sgualcita e sbottonata, cinicamente intento a correre ovunque ci sia una storia da raccontare, anche a costo della propria vita. Perché la fondamentale caratteristica del fotoreporter è quella di catturare le immagini che passano velocemente intorno a noi, di avere quella prontezza necessaria a congelare situazioni, a cogliere l’attimo fuggente delle storie, degli eventi. Ma, dall’immaginario collettivo, è invece assente l’alter ego del fotoreporter, quello che si ferma, che lentamente si guarda intorno e si interroga.
È questo ciò che fa Alex Majoli (Ravenna, 1971; lavora tra Milano e New York) nella mostra della GNAM inserita in Fotografia – Festival Internazionale di Roma, giunto alla sua sesta edizione.
Quello di Majoli (dal 2001 secondo italiano membro del Magnum Photos) sembra essere il “riposo del giusto”, una pausa di riflessione e di riorganizzazione delle esperienze dopo i reportage degli ultimi tre anni in Rwanda (Murambi Genocide Memorial) e in Lettonia. Situazioni, queste, agli estremi, che testimoniano una sorta di passaggio dall’inferno al paradiso, attraverso un momento di pausa. Nel Soppalco della Sala Dossier è stato creato uno spazio scuro e ovattato: qui la scarsa illuminazione contribuisce, in modo rilevante, a creare un’atmosfera di sospensione. Cinquantacinque volti, decontestualizzati, atemporali e aspaziali, che sembrano essere il negativo delle fotografie funerarie poste sulle lapidi dei defunti, emergono, infatti, bianchi dallo sfondo nero.
Sono il muto pubblico -testimone- degli assurdi della vita. Bambini, ragazze, uomini, vecchi e giovani, che raramente fissano l’obiettivo, spesso con lo sguardo perso altrove o, addirittura, con gli occhi chiusi. Come silenziosi spettatori, disposti tutt’intorno ad una “giostra” sui generis, collocata al centro della stanza, assistono, quasi attoniti e impotenti -o indifferenti-, allo “spettacolo” della vita. La giostra è una sorta di zootropio, formato da due tamburi sovrapposti, al cui interno si può guardare solo attraverso una scomoda fessura circolare lasciata a metà tra i due elementi. Una forte luce, quasi accecante, illumina quello superiore, contribuendo a rendere più evanescenti i contorni dei desolati spazi lettoni, che sembrano congelati sotto un perenne strato di neve. Fortemente sovraesposti, un cancello, degli alberi di un bosco, un’alta scalinata, una persona solitaria, pneumatici accatastati, sono i soggetti dell’arido paesaggio. Che, però, evoca silenzio, pace, tranquillità. Un foro filtra la luce che malamente arriva al tamburo sottostante, dove un violento rosso impregna tutte le immagini, che si ripetono identiche. È il rosso del sangue che ha intriso gli abiti delle vittime del genocidio del Rwanda. “Altro giro, altra corsa!”.
daniela trincia
mostra visitata il 20 aprile 2007
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