Una foresta di sagome per cappelli cresce nelle sale de La Nuova Pesa. L’artista, Daniel Spoerri (Galati – Romania, 1930; vive in Toscana), è un grande protagonista dell’assemblaggio di oggetti. In Francia negli anni ’60 è stato uno degli animatori del Nouveau Réalisme, in stretto contatto -soprattutto durante i frequenti soggiorni newyorkesi tra il 1964 e il 1965- con esponenti della Pop Art e del movimento Fluxus.
Dei “quadri trappola” (i Tableaux Pièges) e dei “disinganni per l’occhio” (De-tromp l’oeil), attraverso i quali bloccava frammenti del quotidiano -proprio come in un fotogramma, o in un movimento di pantomima- rimane certamente quel gusto per l’oggetto riesumato ed eternato. Donner à voir, titolo della mostra curata da Giacomo Zaza, racconta storie differenti che si intrecciano tra loro. Piume per capelli è un’installazione di cinquantanove forme di legno, una diversa dall’altra, che si ergono su alte basi di metallo, ognuna delle quali ha un’arma da taglio piantata sulla sommità.
Soltanto su una è posto però l’oggetto che ne connota la sua funzione d’origine, ovvero una piccola toque di velluto nero con veletta e piuma, di quelle che portavano le signore bon ton nei primi anni ‘50. Sono sagome maschili e femminili -Spoerri le possiede da circa vent’anni- sulle quali modiste e cappellai francesi e italiani realizzarono, tra gli anni ’20 e gli anni ’60, modelli vari di toque, cloche, bombette, feltri, coppole e baschi.
L’imprevedibile associazione che fa l’artista è tra la testa/forma/cappello, perciò un aspetto decisamente intellettuale, e una serie di attrezzi -dalla sega al machete, dalla roncola all’accetta, dai pennati ai coltelli (c’è pure una pialla sottile)- più strettamente legati alla fisicità del lavoro. Il pensiero e l’azione, quindi.
Molti di questi strumenti, che il contadino impugna ancora oggi, provengono dalla Toscana, soprattutto dal Monte Amiata, dove l’artista vive quando non è a Parigi. A Seggiano, infatti, dagli anni ’90 è in corso di realizzazione Il Giardino di Daniel Spoerri, un parco di sedici ettari in cui sono sparse sculture di artisti contemporanei. Il riferimento, però,
Ancora souvenir d’Afrique (piccole maschere tribali, conchiglie, piume, collane nordafricane) nelle cornici quadrate -quindici in tutto- disposte, magari, accanto alla gamba rosea di una bambola tipo Barbie, alle coccinelle di plastica, alle forbici da barbiere, allo schiaccianoci di legno, allo strappo di una vecchia carta da parati. Cianfrusaglie della nostra epoca, venute fuori a caso dal cesto di un rigattiere. L’atmosfera si carica di suggestioni al confine tra magia e superstizione -stavolta l’omaggio all’Africa primordiale è piuttosto esplicito- nella sala grande, dove le sculture di bronzo (Otto incubi magri) sono disposte in circolo, come in una danza tribale, intorno ad una testa di Giano. Il duplice volto bronzeo, collocato su un alto piedistallo da cui pendono sei scheletri di braccia e mani, alluderebbe, secondo il curatore, da una parte “all’iniziazione verso l’incognita dell’esistenza, al mistero della fecondazione divina” (volto con barba), e dall’altra alla ritualità della morte (volto senza barba).
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