Per Stefano Canto la scultura è un processo in continuo divenire

di - 11 Aprile 2026

In dialogo con l’artista Stefano Canto, a margine della mostra Sogno di Pietra presso Màteria, a Roma. Entrando in galleria troviamo sacchi di cemento, foratini, mattoni di diverso genere e altri tipi di materiali edili, tutto poggiato su pallet di legno. Sopra ogni pila di materiali si trovano posizionate delle teste di ghiaccio trattate con coloranti e ossidi, tutte di colorazioni diverse.

Canto prende le teste congelate e le appoggia sopra ai sacchi di cemento appositamente aperti: la testa si comincia a sciogliere – ma «Il termine esatto è fondere», ci dice l’artista – e l’acqua del ghiaccio bagna la polvere di cemento che si indurisce dopo qualche ora. La cavità che si forma all’interno del sacco di cemento è quella del volto che lui ha appoggiato: quella testa crea e scava un vuoto all’interno del sacco di cemento che al tempo stesso lo solidifica. L’acqua del ghiaccio delle teste è stata proporzionata per riempire un sacco di cemento al fine di solidificarlo interamente.

Le teste pesano una decina di chili ciascuna. Ogni blocco di ghiaccio è stato scolpito a mano e ogni volto rappresentato è diverso l’uno dall’altro, «Volti che fanno parte del mio immaginario», volti visti in giro per il mondo, non lo sa, ma scolpendo si palesano come frammenti di memoria.

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

«Era una mostra che avevo pensato nel 2017 che poi non è stata realizzata per mancanza di fondi e per cui rimasta nei miei appunti, tra i miei disegni, qualcosa di rimasto in sospeso. Il titolo della mostra, Sogno di Pietra, riprende una frase di Marc Augè dal libro Rovine e Macerie, in cui lui asserisce che nella società contemporanea non si costruiscono più rovine, non si costruiscono più monumenti, non ce n’è più il tempo. Essa non anela all’eternità di un sogno di pietra ma a un presente infinito. Osservazione di Augè che mi ha colpito molto e ha attivato tutta una serie di ragionamenti sull’architettura contemporanea e in particolare sul tema dell’effimero che ho cercato di tradurre in scultura e in diverse installazioni», ci racconta l’artista.

Nella mostra di Canto c’è un senso di trasformazione continuo e del divenire: «In galleria ho voluto portare in scena tutto il processo di realizzazione delle sculture, da quando si attiva a quando finisce, un ciclo lavorativo completo», «L’opera è il processo stesso».

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma

Di fatto, la mostra è un cantiere: «In galleria ho provato a ricostruire uno smorzo, il deposito di una cava dove i materiali sono in attesa di diventare architettura, la loro disposizione non ha uno scopo estetico commerciale, ma solo di logistica di movimentazione dei carichi e questa mancanza di estetica mi affascina molto e cerco spesso di riportarla nei miei lavori».

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma

Se in ogni opera c’è sempre qualcosa di autobiografico dell’artista, in Sogno di Pietra c’è qualche aspetto personale che emerge? «Si, direi molti. La mia formazione di architetto, la città in cui vivo che credo emerga fortemente. Poi ci sono dei lati più nascosti che penso escano fuori in questa mostra più di molte altre mostre fatte, il contesto lavorativo dei miei genitori dove sono cresciuto, e in particolare rivedo la cura dei dettagli che era nei gioielli antichi che vendeva mia madre e quello di mio padre che aveva una galleria di antiquariato dove ho imparato a riconoscere i grandi maestri senza studiare».

Canto ci insegna il valore dell’attendere, del farsi altro, della trasformazione, dell’effimero, del modo in cui il paesaggio e l’architettura influenzino anche inconsciamente la propria visione e il proprio interesse.

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma

La mostra è visitabile negli spazi di Matèria di Roma fino al 30 aprile. Verrà presentata a breve una pubblicazione curata graficamente da Fiorenza Pinna e con un testo critico di Alessandra Troncone.

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