Brandelli di cotone disegnano forme astratte dai toni variopinti, quasi fossero colate di pittura. Bisogna avvicinarsi per scoprire che, sotto la texture colorata, vivono parole e immagini, dal significato tutt’altro che secondario. L’intera opera di Ghada Amer (Il Cairo, 1963; vive a New York) è improntata sul gioco dialettico tra negazione ed enfatizzazione, su ciò che si può vedere e ciò che invece si deve “spiare”. Come una novella Penelope, l’artista ha eletto il ricamo a personale mezzo espressivo: “volevo rappresentare la donna all’interno di un veicolo che fosse manifestamente femminile, al fine di potenziarne le immagini e liberarle tramite il potere della seduzione”. Ma il rigore che tale attività richiede viene annullato dalle “sbavature”, che rendono queste composizioni vitali ed indisciplinate, soprattutto nelle opere più recenti.
In un continuo gioco di contrasti, emerge la differenza tra la serie delle donne impegnate in attività domestiche (1992) e le provocatorie pin-up protagoniste dei lavori successivi. Posate e ben delineate nei contorni le prime, silhouette standardizzate le seconde, identiche nelle pose e nei lineamenti. La ripetizione di figure sempre uguali pare emulare la pratica meccanica del cucito e, al contempo, sembra attingere ad un’iconografia pop che, tramite la reiterazione ossessiva, ottiene null’altro che perdita di interesse e svuotamento di senso.
Altro contrasto è quello che vede convivere, sullo stesso supporto, rappresentazioni delle eroine delle fiabe e immagini tratte dal mondo
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alessandra troncone
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HO VISITATO LA MOSTRA DI GHADA AMER E L'HO TROVATA PIENA DI FORZA, ENERGIA, CREATIVITA', SENSUALITA', FEMMINILITA', MOLTO COSTRUTTIVA PER IL MESSAGGIO CHE RIESCE A TRASMETTERE CON LE SUE OPERE.
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