Si rintraccia una nota dolente nel fondo delle mappe di Moshekwa Langa. Fondante nel suo lavoro è il riflesso di una situazione che a sua volta non riflette la mappatura geografica di un territorio, ma quella mentale. Come un diario di crescita nell’apartheid da cui si è esiliato per rifugiarsi nella possibilità concreta di fare arte in Europa e raccontare da capo il proprio vissuto. Dal momento in cui il governo non incluse il suo villaggio nella cartina geografica della provincia Northern Transvaal (poi denominata Limpopo) Langa si apprestò a costruire una propria mappa e una nuova vita interiore con la volontà di condensare dentro pittura e installazioni un’enorme profondità intellettuale.
Nella mostra in corso a Roma l’installazione colma la galleria e convive nella main room con tre mappe e due ritratti, mentre nel lungo corridoio dello spazio altri lavori su carta esprimono la ricerca più recente e coniugano nella stesura del colore la stessa idea di percezione del prossimo.
Nato in Sudafrica nel 1965, Langa vive in Europa dal ‘96, dopo aver abbandonato il proprio Paese quando il governo di Nelson Mandela era al massimo della sua popolarità. La volontà di distaccarsi dalla terra madre ha reso il suo lavoro compiuto, frutto di un’elaborata selezione di materiali per installazioni generose, meticolosamente composte e studiate per conquistare nuove coordinate spazio-temporali.
Da diversi anni Langa si serve degli stessi gruppi di colori per restituire la sensazione di appartenenza a luoghi esultanti luce, dove la natura sfodera gialli rossi e verdi astratti un po’ ovunque, mescolati ad elementi chimici studiati a scuola e ad oggetti di uso quotidiano.
Due ritratti di campi di papaveri rievocano le densità cromatiche del suo Paese come in una jam session. Una calibrata sequenza di ritratti mescola oli, inchiostri, resine su carta. Una sequenza generosa, che racchiude in numero elevato presenze vicine e lontane, come simboli di un mondo denso di memoria (The First Wife, The Other Woman, The Graduate,The Master). A dispetto delle mostre rarefatte, la figura umana si rivela attraverso gli occhi di chi ha studiato le figure e la loro imponenza sulla carta, ne ha soppesato le posture e gli sguardi, offerti dal disegno puro qui esposto in cornice senza vetro, senza filtri. A volte, come in Remembrance, Langa cede all’inevitabilità di un secondo corpo nello stesso ritratto, laddove una sola persona fisica è troppo poco per dire quanto mente e carne siano allacciati da un indissolubile legame.
Il pavimento della galleria è pervaso dal lavoro installativo e impone alla vista una sorta di luogo in divenire, una città che rifiuta i propri confini e si espande attraverso memoria privata e vita sociale, connessa dalla leggerezza di fili colorati e totem creati con oggetti di recupero, rocchetti e residui di vissuto. La calibrata sintesi di un equilibrio ritrovato è la stessa che pulsa dentro opere solo apparentemente istintuali, eloquenti di un mondo interiore carico di riflessioni e responsabilità.
La discussione resta aperta e chiede un confronto sulla fragilità umana, le reali possibilità di scelta concesse agli uomini, la mancanza di libertà del presente dentro identità e culture, a volte meno libere di quelle africane in segregazione.
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