Per Roberto Barni (Pistoia, 1939) tutto ciò che conta è l’uomo. Con la sua fisicità ed il suo pensiero, con la sua carne e i suoi sogni, ogni volta differenti.
Così ne rappresenta i burrascosi vissuti d’oggi che, come sempre d’altronde, spesso dividono, talvolta accomunano, altre volte narcisisticamente o patologicamente si chiudono in un voltare di spalle. Posizione esistenzialistica quindi, questa dell’autore, che non può esimersi dal partire, per esprimerla, con una riflessione sull’umana volontà d’impresa, la cui tensione costruttiva e positiva, vitale, è destinata ad un equilibrio incerto, essenzialmente retto da un gioco di gerarchie terribile, fatto di piedi in testa, di violenza dell’uomo sull’uomo. Equilibrio che oggi è precario appunto, suscettibile di smottamenti territoriali e di instabilità costanti. Un concetto, quello che sottintende il credo in un centro stabile, talmente utopico da poter essere evocato solo nello spazio lacerato e decentrante del gioco, o di un atto muto inteso come chiamata che conosce già l’impossibilità d’una risposta. Perché nell’attualità disarmonica, sembra dirci Barni, all’uomo non rimane altro che intraprendere un cammino prevedibilmente accidentato in un territorio che si mostra precario e svuotato, pure così denso di suggestioni nel suo esplicito svelare la presenza del bilico e del pericolo. Ma una tale terribilità è cosa di sempre, appartiene ai nostri avi così come apparterrà alla nostra progenie, ammonisce severamente l’autore. Una progenie che egli nichilisticamente s’immagina senza occhi, in cammino cieco quindi stentato, incapace di guardare davvero l’altro da sé e oltre da sé.
Pure, secondo l’artista toscano, la possibilità di riscattarsi, di non venire sopraffatti da un tale peso c’è eccome, e sta proprio nel gioco, nell’aprirsi alla declinazione ludica del comunicare, nel togliersi le bende del quotidiano che occludono la vista e appesantiscono il corpo, per ridere e ridere forte. Così, nell’ultima decisiva sala, Barni sceneggia uno Scherzo, e scherzando trova la magia lenitrice d’un atto finalmente, perché così lo si vuole, maleducato. Un atto irriverente quello che l’autore fa compiere alla sua umanità di bronzo che, sputando aria compressa addosso allo spettatore lo provoca destabilizzandone le normali posture, liberandolo dalla compostezza e rigidità con la quale abitualmente vive una mostra, cogliendolo di sorpresa, spiazzandolo. Perché, come afferma lui stesso, ”la maleducazione non è la sguaiatezza; è invece rifiutare ciò che obbliga la gente al consenso, che uniforma le persone rendendole tutte uguali”. Come dire che l’arte davvero autentica, quella capace di smuovere i territori al di sopra e al di sotto della superficie, è sempre, necessariamente, maleducata.
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