Sono immagini che non lasciano posto alla poesia, le fotografie di medio e piccolo formato di Rosell Meseguer (1976, Orihuela – Alicante; vive a Madrid), cariche di storia recente. Freddamente registrano il susseguirsi degli ambienti di una postazione militare costruita a Cartagena sull’omonimo monte, che si tuffa nel blu del Mediterraneo. Provincia, quella della Murcia, che conta 126 fortificazioni, di cui ben 18 baterìas solo a Cartagena. La fortezza, costruita nel XVIII secolo per difendere la città dagli attacchi per mare, negli anni Trenta è stata ricostruita non senza velleità decorative: il portale di ingresso, in stile maya-tolteca, innegabilmente ispirato al tempio de Los Guerreros Blancos di Chichen-Itza, è infatti emblematico di queste intenzioni, apertamente in contrasto con la funzione propria dell’architettura. Ed è nei lavori di ricostruzione che la baterìas è stata dotata dell’ulteriore funzione antiaerea e così, attiva fino al 1936, fu utilizzata anche durante la Guerra Civile Spagnola. Brevi cenni storici, forse noiosi, utili però ad inquadrare, e comprendere, il ruolo che la fortezza ha avuto e ha tuttora nell’immaginario collettivo. Come un’archeologa, Rosell Meseguer “scava” nel ricordo architettonico della struttura, formata da bunker, corridoi, cunicoli, accentuandone il cessato funzionamento. Ambienti senza alcuna presenza umana, sono così restituiti come puri spazi metafisici. Muti e solitari sono ora i luoghi fissati dagli scatti, ambienti un tempo percorsi da assordanti rumori di guerra e grida di comando o di morte. Fervente attività umana raccontata tuttavia dagli “arredi” militari abbandonati all’interno della struttura: cannoni, rastrelliere per fucili, carrelli per il trasporto delle bombe. Anche i materiali utilizzati come supporto per le immagini contribuiscono a ri-creare determinate atmosfere.
Lastre di metallo non levigato conferiscono alle fotografie un particolare riverbero che le rende simili a stampe lenticolari: i toni sembrano cambiare col mutare della luce o del punto di osservazione. Le lastre sono come tante piccole feritoie nel muro, le stesse che si incontrano lungo le pareti della baterìas, che, con improvvisi squarci, aprono verso la brillante luce esterna. Mentre il grezzo telo militare in lino riesce a trasmettere l’atmosfera claustrofobica di uno dei numerosi bunker.
Interessata alla contrapposizione tra l’interiore e l’esteriore, l’artista spagnola ha realizzato molti dei suoi lavori sulle baterìas, ma è affascinata in particolar modo da Cenizas proprio per la contraddizione in termini che l’intera situazione rappresenta. A partire dal nome stesso (Cenizas=ceneri), dalla sua collocazione (una fortificazione che sottintende la guerra, in contrasto con i caldi colori del mare e del cielo; che appare come un’enorme balcone sul mare), fino al suo ruolo (di difesa e di attacco). Un non-luogo che riesce a tradurre il nesso tra il visibile e l’invisibile e che incarna così il concetto di soglia, di limite. Un tema caro all’artista, che si carica qui di ulteriori significati simbolici.
daniela trincia
mostra visitata il 7 giugno 2006
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