L’universo di Lara Baladi (Beirut, 1969; vive al Cairo) è rigorosamente femminile. Il linguaggio è onirico e visionario, illuminato da radici mitologiche. Oriente e Occidente si fondono nei suoi lavori, che attingono democraticamente ad una svariata fonte di media. Che sia fumetto, cinema, rotocalco, televisione, cartolina postale o videogame è del tutto indifferente. La laurea in economia internazionale, conseguita all’Università londinese di Richmond nel 1990, l’ha messa nel cassetto da subito, la Baladi, per dedicarsi alla fotografia, a cui affianca anche videoarte e installazioni.
Mentre si apre a Roma la sua prima personale italiana (sempre alla Galleria Brancolini Grimaldi, un annetto fa, erano stati esposti alcuni suoi lavori fotografici, in occasione della collettiva Personae & Scenarios), altre sue opere sono state esposte alla Biennale di Sharjah negli Emirati. Il filo conduttore è proprio la grande foto digitale su alluminio, Caleidoscopio (2007) -infinita ripetizione di motivi tratti dalle varie culture, dall’occidente al modo arabo, passando per il Tibet- tratta dall’installazione di Sharjah, Roba Vecchia. The wheel of Fortune, per la cui realizzazione l’artista si è avvalsa di un programma informatico appositamente realizzato per permetterle di proiettare migliaia di combinazioni di immagini sempre diverse.
Non c’è sua opera che si possa considerare conclusa. È sempre un work in progress, in cui il lavoro precedente fornisce nuovi spunti di riflessione per quello successivo. Così è per il grande arazzo fatto realizzare in Belgio, che occupa due pareti contigue di una sala della galleria romana. Il titolo è Oum el Dounia (madre della terra), lo stesso del lavoro commissionato a Baladi nel 2000 dalla Fondation Cartier Pour l’Art Contemporain di Parigi.
È un racconto sul deserto -o meglio su come gli occidentali vedono il deserto- in cui però entrano in ballo anche elementi della favola per eccellenza, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ritroviamo così Alice che dorme sotto le palme, la regina di cuori in versione beduina, insieme ad altri elementi iconografici, dalla brutta copia della sfinge alla croce del Nilo, ma anche la sirena, un paesaggio di gusto orientalista da una cartolina anni Venti dei fotografi viaggiatori Lehnert & Landrock.
Ma la visione non è sempre positiva, diventa piuttosto cupa in un lavoro come Sandouk el Dounia (la scatola del mondo), del 2001, una sorta di collage fotografico che è insieme analisi psicologica di una serie di personaggi femminili. “La realtà è molteplice”, spiega Lara Baladi. “Spesso ricorro proprio al collage, perché una sola immagine non mi basta per rendere un’idea. Il collage implica qualcosa di infinito”.
Questi volti e corpi femminili -si chiamano Zobirak, Dolly, Super Arossa, Maria, Afrita, tutti nomi inventati dall’artista- sono riuniti in una specie di caos individuale e allo stesso tempo metropolitano, perché si tratta di personaggi che vivono tra Parigi, Cairo, Londra e New York. Rappresentano, in realtà, aspetti diversi con cui ogni donna convive, perciò la parte più seduttiva, quella più aggressiva. E via di seguito. Personaggi che vanno a convogliare in un punto focale rappresentato iconograficamente da un’anziana signora –Teta (in arabo vuol dire nonna e, anche nella realtà, si tratta della nonna di Baladi)- che fa la linguaccia. Che sia finalmente arrivato il momento di prendersi la rivincita su tutte le difficoltà della vita?
manuela de leonardis
mostra visitata il 9 maggio 2007
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