In punta di piedi. Tanto è il silenzio evocato dalle sculture, che si è portati ad entrare in punta di piedi. E a parlare a bassa voce. Ma non è un sentimento di soggezione, quello ispirato dai lavori di Aron Demetz (Vitipeno, -BZ-, 1972), bensì di muta contemplazione. Ad un primo sguardo alcune sculture sembrano di marmo. Osservandole più attentamente, da vicino, le venature del legno –specie nel tiglio- appaiono per svelare l’inganno. Sono legni pregiati (melo, pero, noce e larice) le cui differenti striature donano sfumature sempre nuove alla texture di ogni scultura. Così anche l’uso di uno specifico legno arriva a cambiare la portata, il peso, se non addirittura il messaggio di ciascun lavoro. Di fronte alle opere di Demetz i rimandi alla statuaria medievale -per l’uso del legno e la pratica del colore- e a quella rinascimentale e neoclassica -per l’equilibrio e la morbidezza- sono inevitabili. Dell’artista, infatti, si è sempre sottolineato il recupero delle visioni, dei materiali e delle pratiche dell’intaglio -principalmente locale- della tradizione. Ma il risultato è tutt’altro che anacronistico e lontano da ogni citazionismo. La decisa frontalità, come la forte idealizzazione, tendono quasi ad annullare la tridimensionalità della scultura: non si è davanti agli infiniti punti di vista berniniani, bensì ad una bidimensionalità propria dell’immagine.
Confrontando i disegni (Atelier 1,2,3 e 4, 2004),
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daniela trincia
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